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4 falsi miti sugli imprenditori

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Scritto da Angela

Poche parole sono state caricate di significati secondari come “imprenditore”. Usato inizialmente come semplice definizione di una categoria, non diversamente da “impiegato”, “studente” o “tennista”, questo termine e tutto l’universo semantico che lo circonda, ha cominciato ad accumulare valori positivi e negativi, man mano che gli imprenditori venivano identificati con figure celebri della società. Il termine Italiano, per un po’, è stato associato solo a immagini di lusso e connotati morali non sempre desiderabili e ha smesso di essere usato nella sua accezione originale, se non per il riferimento occasionale ai “piccoli imprenditori”, che sono invece sempre immaginati dal lato opposto dello spettro in termini di agio, successo e ricavi. L’emergere di nuove figure sul mercato del lavoro, soprattutto con l’esplosione delle startup e la globalizzazione del mercato, ci sta spingendo a cambiare la considerazione che abbiamo della categoria degli “imprenditori”, senza però riuscire a liberarci di alcuni falsi miti. Questo perché si guarda con diffidenza al successo, ma ancora di più al fallimento, e soprattutto si ragiona per stereotipi. Questi sono alcuni falsi miti sugli imprenditori e l’imprenditoria ai quali molti di noi continuano a credere.

1. Gli imprenditori amano il rischio

L’esistenza dell’espressione rischio di impresa, in questo senso, è fuorviante. Siamo quasi tentati di immaginare l’imprenditore come un giocatore d’azzardo, inebriato dall’adrenalina al tavolo verde. Ora, chiunque conosca il proprietario di un piccolo ristorante, di un bar o di una ditta di traslochi sa che non c’è niente di più lontano dalla verità. C’è una differenza fra l’essere consapevoli dell’esistenza di un rischio ed esserne entusiasti. Chi intraprende una nuova attività, a meno di non essere un completo incosciente, sa che corre il rischio di non avere successo, ma solitamente non trova l’idea particolarmente eccitante, anche perché se l’impresa è l’apertura di una lavanderia a gettoni il rischio dell’insuccesso è forse moderato, ma anche la probabilità di diventare miliardario nel giro di sei mesi non è altissima. L’imprenditore, in generale, tende a essere una persona che si impegna in un’attività se ha una ragionevole possibilità di guadagno e se ha una qualche forma di controllo sulla gestione della stessa. L’immagine dello spericolato scommettitore che si affida al caso e si butta a capofitto in situazioni rischiose è un romantico adattamento hollywoodiano.

2. Gli imprenditori non hanno una vita

Questo è un falso mito: quelli che non hanno una vita sono i freelancer. Scherzi a parte, c’è un fondo di verità in questa affermazione: il titolare di un’impresa, a differenza dei dipendenti, non può sempre permettersi di dichiararsi “libero” alla fine del normale orario lavorativo. Ci sono pratiche e incombenze che non possono aspettare, il lavoro verrà spesso “portato a casa” e sarà certamente difficile liberarsi dal pensiero di una scadenza o di un contratto importante. Chi sacrifica interamente la vita privata al lavoro, tuttavia, non ha una carriera particolarmente lunga o fortunata. Certo, l’impegno e la dedizione premiano, ma per mantenerli in modo costante occorre ritagliarsi e preservare con cura degli spazi privati nei quali il lavoro non entra. L’alternativa è arrivare a compromettere o la propria salute o la volontà stessa di continuare nel proprio percorso, cosa che di solito porta alla cessione o alla chiusura di un’attività. Chi riesce a portare avanti un’impresa con successo, solitamente, è riuscito a trovare un equilibrio fra le necessità professionali e la vita privata ed è uno di quei temerari che spengono almeno un telefono durante i momenti di relax.

3. Non si arriva da nessuna parte senza un buon business plan

Questo non è completamente esatto. Certamente non si arriva da nessuna parte con un pessimo business plan, ma questo non vuol dire che chiunque abbia avviato un’impresa di successo sia partito con un documento di trenta pagine contenente accurate analisi di mercato, proiezioni di spese e ricavi e una visione globale dell’azienda su un arco di cinque anni. Un buon business plan è essenziale in molti casi, ma ci sono anche contesti nei quali la situazione del mercato è abbastanza semplice da permettere la riduzione del business plan a quattro domande semplicissime: chi sono i clienti? Quanti sono? Che cosa vogliono? Siamo in grado di soddisfare questa richiesta? Se provate ad applicare questi parametri alla maggior parte delle aziende con le quali interagite nel corso della vostra giornata (ristoratori, negozianti, fornitori di servizi di uso quotidiano), vi accorgerete che sono più che sufficienti per definire la sostenibilità di un’impresa.

4. Il successo deve essere clamoroso e immediato, altrimenti è un fallimento

Falso. Il fatto che le storie di successo più popolari parlino di imprenditori che hanno sfondato in pochissimo tempo, magari grazie a un’idea rivoluzionaria o a un colpo di fortuna, non vuol dire che non esista nessun altro tipo di successo. La maggior parte delle imprese che prosperano lo fanno senza particolare clamore, affermandosi dopo un primo periodo di rodaggio di alcuni anni durante i quali si ammortizzano i costi di apertura e si fidelizza la clientela, crescendo un a piccoli passi, senza esplosioni e ampliamenti eclatanti e soprattutto senza finire nelle case-history delle riviste di settore. Non tutti possono essere Google. Per intenderci, neanche Apple può essere Google, da questo punto di vista. Proprio l’azienda oggi guidata da Tim Cook è un perfetto esempio di come si possa arrivare al successo passando per fasi difficili, non partendo in quarta, commettendo errori e ripartendo da zero. Se andate a indagare la storia imprenditoriale di coloro che sembrano essere arrivati al successo dall’oggi al domani, probabilmente scoprirete una serie di oscuri esperimenti non andati a buon fine, di passi falsi e di imprese chiuse dopo poco tempo. Il resto non è impresa, ma marketing: è essenziale per ogni attività, ma non va confuso con l’attività stessa.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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