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Facebook e la sicurezza dei dati: un punto della situazione

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Scritto da Angela

Facebook si trova nell’occhio del ciclone già da diversi mesi. Certo, non è la prima volta, ma questa crisi sembra destinata a portare conseguenze assai più gravi e durature non solo sul social network di Mark Zuckerberg, ma su diversi strati della nostra società. Lo scandalo, fino a ora, ha avuto un andamento variabile, con momenti di picco e momenti in cui le acque sembravano calmarsi, seguiti dall’emersione di nuovi dati che generavano ulteriore indignazione (come l’atteggiamento di Zuckerberg, che è passato dal non commentare, ad avere un’attitudine protettiva, per poi testimoniare di fronte al senato americano). Vi facciamo un riassunto di questa situazione, della quale certamente non abbiamo ancora visto la fine.

L’origine dello scandalo

Facebook è stato accusato di aver condiviso in modo non autorizzato le informazioni personali di numerosissimi utenti, che sono state poi utilizzate per influenzare il risultato di diverse elezioni, comprese le presidenziali americane del 2016. La società incriminata, ovvero quella che avrebbe acquisito i dati illecitamente, per poi utilizzarli per la compilazione di strategie volte a favorire determinati candidati, è la britannica Cambridge Analytica. Di questa azienda si sa che ha lavorato con e per Steve Bannon, figura chiave del network Breitbart e di tutta la fase iniziale dell’amministrazione Trump (e tuttavia è stato licenziato a gennaio del 2018). Tuttavia è emerso che Cambridge Analytica avrebbe applicato le stesse tecniche per influenzare altre consultazioni politiche in diversi paesi, fra i quali l’Italia.

Come ha fatto Cambridge Analytica ad acquisire i dati Facebook degli utenti?

Nel 2013, il ricercatore dell’università di Cambridge Aleksander Kogan aveva creato un’app per Facebook, consistente in un test di personalità – uno dei tanti quiz che più o meno tutti compiliamo quando siamo annoiati o semplicemente quando vogliamo condividere qualcosa di buffo e simpatico con i nostri amici. Come sempre avviene quando si lancia un’applicazione per Facebook, chi la utilizza deve cliccare per dare il consenso al fatto che l’applicazione (e quindi chi l’ha creata) abbia accesso ai dati del profilo. Questo non è il dato più inquietante. Il problema con l’applicazione di Kogan è che questa raccoglieva informazioni anche da tutti i profili degli amici di chi la utilizzava, nonostante questi non avessero mai usato l’app né dato il loro consenso. Questo vuol dire che, a fronte di “soli” 300.000 utilizzatori, Kogan ha messo le mani sui dati di quasi 90 milioni di utenti. Le informazioni così trafugate comprendevano dati demografici di base (genere, luogo di residenza, età), ma anche informazioni più sensibili, come il credo religioso e l’orientamento politico.

Che uso è stato fatto di queste informazioni?

L’agenzia Global Science Research fondata da Kogan ha venduto i dati degli utenti a Cambridge Analytica (fondata dal finanziere e supporter di Donald Trump, Robert Mercer), che a sua volta le ha usate per creare uno strumento in grado di combinare le informazioni per creare profili predittivi della personalità degli utenti, con l’utilizzo di strumenti di psicologia comportamentale e analisi dei dati. Questi profili estremamente accurati hanno permesso di creare annunci altamente specifici, pensati per toccare corde molto profonde e vicine alla sensibilità di ognuno, così da influenzare il voto individuale. Le accuse mosse all’intero sistema denunciano l’utilizzo di queste tecniche nella campagna elettorale di Donald Trump.

Qual è il ruolo di Facebook

Fino a questo punto, dunque, appare ovvio come Kogan, Global Science Research e Cambridge Analytica abbiano commesso azioni che sono tanto illegali quanto immorali, ma quale è stato il ruolo di Facebook? Perché è il social network a essere al centro di uno scandalo e perché Zuckerberg si è ritrovato a spiegare come funziona Facebook a una sala piena di senatori ultrasettantenni che non avevano idea di cosa fosse un social network? La chiave di volta di tutta la questione, che ha trascinato alla ribalta l’intera piattaforma, è il fatto che la dirigenza di Facebook fosse a conoscenza delle attività illecite che venivano svolte dagli altri attori di questa faccenda. Nello specifico, Facebook aveva scoperto già nel 2015 che Cambridge Analytica aveva illegalmente acquistato i dati degli utenti da Global Science Research. La prova è il fatto che l’app in questione sia stata bloccata e che Facebook abbia chiesto a Kogan di cancellarla e distruggere tutti i dati acquisiti. E tuttavia, pur consapevole dei rischi derivanti dall’utilizzo dei dati trafugati, Facebook ha scelto di non informare gli utenti del fatto che le loro informazioni fossero state sottratte, del modo in cui venivano utilizzate, e di non controllare che venissero effettivamente distrutte.

Come faccio a sapere se i miei dati sono stati acquisiti illegalmente

Facebook si è impegnata a informare gli utenti che hanno utilizzato direttamente l’app incriminata, ma è assai più difficile scoprire se a farlo è stato uno dei nostri amici. A quanto pare, è possibile farsi confermare da Facebook se un amico ha utilizzato l’app di Kogan (e ormai più o meno tutti gli utenti interessati dovrebbero aver ricevuto comunicazioni in merito), ma non è possibile sapere di chi si tratti. Chi avesse ragione di credere che i propri dati siano stati trafugati può fare assai poco, a parte ricontrollare i propri settaggi della privacy e considerare di eliminare alcune informazioni da Facebook, se ritiene di non volerle condividere con terze parti dalle intenzioni potenzialmente malevole.

Questo vuol dire che Facebook cambierà in futuro?

È presto per dirlo. Probabilmente no, né verrà comminata al social network alcuna multa o sanzione penalizzante. Bisogna comunque tenere presente che parte del modello business di Facebook consiste già nel vendere agli advertiser informazioni sensibili sugli utenti – d’altra parte è così che Facebook si sostiene, essendo un servizio gratuito. Vale quindi la vecchia massima del marketing: se il prodotto è gratis, il prodotto sei tu. Sicuramente non guasta acquisire una maggiore consapevolezza sia di ciò che si condivide su Facebook sia del fatto che il tipo di informazioni che si ottengono da Facebook possono essere viziate dalla targettizzazione e quindi pensate per manipolare in modo specifico il pensiero di determinate categorie di individui. Questa consapevolezza potrebbe renderci meno influenzabili sul piano individuale, ma è difficile immaginare che possa cambiare qualcosa sul piano statistico dei grandi numeri. Nelle ultime settimane, Facebook ha imposto a tutti i suoi utenti un controllo della privacy che si articola proprio intorno all’utilizzo dei dati che possono essere raccolti da terze parti. Sono stati inoltre eliminati alcuni strumenti di profilazione del pubblico per gli ad. Questo non vuol dire, naturalmente, che il pubblico di Facebook smetterà di essere profilato, ma semplicemente che i (numerosi e assai più costosi) altri strumenti esistenti per la predizione dei comportamenti online prenderanno il sopravvento.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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