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Il fallimento? Fa bene alla carriera, ecco perché

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Scritto da Angela

Il fallimento è un tabù. Nessuno ne vuole parlare, certamente nessuno vuole ammettere di averlo provato né tantomeno pianificarlo di proposito. Eppure molti studi, sia psicologici che provenienti dall’ambito del marketing e della gestione aziendale, ci dicono che il fallimento è sottovalutato. Il paradosso è che tutti sappiamo cosa voglia dire fallire, perché a tutti è capitato più volte nella vita, in vari settori e senza far deragliare in modo particolare la nostra esistenza. Perché dunque il fallimento di un progetto professionale dovrebbe essere trattato come un’eventualità remota della quale non si deve neppure parlare? Il motivo per il quale da più parti ci si dice di abbracciare il fallimento come un’esperienza positiva, d’altra parte, è ovvio: si impara più da un fallimento che da dieci successi e solitamente si tratta di lezioni che si ricordano per tutta la vita, a patto di porsi nella condizione d’animo giusta per riceverle. C’è anche da dire che non tutti i fallimenti sono uguali, per esempio esistono quelli dai quali si impara qualcosa e quelli che non ci insegnano nulla e ci condannano a ripetere gli stessi errori. Per quanto possa sembrare assurdo, insomma, c’è del vero nel fatto che fallire almeno una volta può essere un toccasana per la vita professionale di un imprenditore o di un professionista. Ecco perché.

Che cos’è il fallimento?

Cominciamo dalle basi. Quando parliamo del fallimento che fa bene, non stiamo parlando di qualsiasi situazione nelle quali un progetto non riesce. Per esempio, se a far fallire il tuo progetto sono circostanze esterne interamente fuori dal tuo controllo, quello non è un fallimento, ma il semplicissimo rischio di impresa che riguarda tutti. Col tempo si impara a gestire gli imprevisti, ma quella è una lezione relativamente poco interessante. Il fallimento è quello che dipende da te, proprio da te, specificamente da te, dai tuoi errori, dalle tue mancanze, dalla tua scarsa capacità di analisi o di pianificazione, dalle tue scelte sbagliate. Per questo il fallimento è difficile da ammettere, mentre la sfortuna viene solitamente sbandierata. Lamentare la propria sfortuna vuol dire sottintendere che si era pronti e meritevoli di successo e che questo sarebbe certamente arrivato, se non fosse stato per la sfortuna. Anzi, ci aspettiamo quasi un compenso dalla vita, a fronte di quel successo che ci è stato strappato. Ammettere un fallimento significa prendersi pubblicamente la responsabilità di dire che sì, avevamo tutte le condizioni necessarie per riuscire, e abbiamo sprecato quell’opportunità commettendo degli errori.

Tutti falliscono. Ma non tutti allo stesso modo

In questi casi si ricorre sempre all’esempio di Thomas Edison, il quale, secondo la leggenda riuscì finalmente a costruire la sua famosa lampadina dopo 1000 tentativi andati a vuoto. Sempre secondo la leggenda, a un giornalista che gli chiedeva come si fosse sentito a fallire mille volte, Edison abbia risposto “Non ho fallito mille volte, ho solo trovato mille soluzioni che non funzionavano”. Come la maggior parte di questo tipo di aneddoti, probabilmente non è vero o è stato ampiamente travisato (come nel caso di Voltaire, che non si è mai detto disposto a morire per difendere la libertà di esprimere idee che non condivideva), ma ci fornisce comunque una prospettiva interessante dalla quale guardare al problema. Il fallimento non è di per sé una condizione definitiva, ma potrebbe essere semplicemente un passaggio intermedio, nel quale stiamo acquisendo le informazioni, le competenze o l’esperienza per arrivare a ottenere un successo.

L’ossessione del successo

La società in cui viviamo non ci rende le cose particolarmente facili, quando si tratta di fallimenti. Tutto è orientato al successo, esistono corsi, libri, speaker motivazionali, film (soprattutto Americani), talent show di ogni tipo e un intero universo il cui unico scopo è sostenere la narrativa del successo, implicando l’idea che il fallimento sia un’opzione talmente vergognosa da non dover essere neppure considerata. Se l’aspirazione a riuscire è una condizione naturale, è pura fiction pensare che esista il successo travolgente al primo colpo. La realtà è che la specie umana si è evoluta creando e imparando per prove ed errori e solo di recente si è diffusa la bizzarra idea che ci sia un merito maggiore nel riuscire al primo tentativo piuttosto che nell’imparare da una serie di tentativi fallimentari. La peggiore conseguenza di questa mentalità è una specie di paralisi della volontà, per cui, piuttosto che esporsi al rischio di fallire, si sceglie di non tentare, condannandosi a ripetere sempre le stesse scelte, magari non soddisfacenti, ma innocue.

Perché alcune aziende vanno a caccia di veterani del fallimento

Le risorse umane sono un settore caotico, eppure, fra le aziende che prendono più sul serio i processi di assunzione, si registrano spesso tendenze interessanti. Alcune grandi compagnie, nell’ultimo decennio, hanno cominciato a ricercare espressamente candidati che abbiano un curriculum nel quale i fallimenti siano presentati con altrettanta chiarezza che i successi. Il ragionamento alla base di questa scelta è che si tratti di persone che da un lato non temono il rischio, dall’altro non lo vivono con leggerezza. Chi ha fallito in alcuni progetti e avuto successo in altri ha più probabilità di aver imparato dai primi e averne applicato gli insegnamenti ai secondi. Chi ha fallito e lo scrive a chiare lettere nel curriculum non vive il fallimento con vergogna e con paura, quindi non cercherà di nasconderlo, non cercherà di scaricare sugli altri la colpa delle proprie pecche né di sottrarsi alle proprie responsabilità. Infine, più fallimenti si hanno dietro le spalle, più lezioni importanti si sono apprese (ed è per questo che ci vuole anche qualche successo da sfoggiare, nonostante tutto).

Come fallire con successo

“Potrei dire che non sono impantanata in una palude. Ma se non mi trovo in questa palude, allora non c’è una corda davanti a me, alla quale posso aggrapparmi per uscirne” (Tori Amos, nella prefazione di “Death” di Neil Gaiman.

Saper fallire non è cosa da tutti, ci vuole consapevolezza e anche un certo stile. Il primo passo è sicuramente l’accettazione del fallimento. Se ci affanniamo a negare di aver fallito, a cercare di scaricare la responsabilità dell’accaduto su altri o sulle circostanze, allora quel fallimento non ci appartiene. Se non ci appartiene, non possiamo imparare nulla da esso né possiamo usarlo per costruire un futuro successo. Dovremmo essere gelosi dei nostri fallimenti più ancora che dei nostri successi. Una volta che abbiamo preso possesso del nostro fallimento, possiamo analizzarlo, individuare i nostri errori, capirne le cause ed evitare che si ripresentino. Quando si riprende un progetto nuovo dopo che un altro non è andato a buon fine, è bene coinvolgere altri nella nuova avventura. Avere un team coeso, unito dagli obiettivi comuni e consapevole delle nostre esperienze passate, vuol dire che ognuno si sentirà coinvolto in eguale misura dal successo o dal fallimento dell’impresa. Infine, è bene concentrarsi su ciò che si può cambiare ed esercitare al massimo la propria influenza nelle aree dove questa è efficace, ignorando ciò che non si ha la possibilità di modificare. Soprattutto, se il progetto termina in un fallimento, l’importante è non lasciarlo fuori dal curriculum. Forse i cv dovrebbero avere una speciale sezione “ci ho provato”.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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