Team Building

I 3 segreti del team building

team building 3 regole
Scritto da Angela

C’è un passaggio splendido nel romanzo Good Omens di Neil Gaiman e Terry Pratchett (criminalmente tradotto in Italiano con il vergognoso titolo “Buona Apocalisse a Tutti”): un angelo e un demone si trovano per caso nel mezzo di una battaglia di softair organizzata come esercizio di team building per il management di un’azienda. Prima di abbandonare la scena, il demone, esaudisce il desiderio che ha percepito nella mente di uno dei manager coinvolti e trasforma il suo fucile da softair in una vera arma da guerra e così anche tutte le altre armi dei partecipanti. Il risultato è meno tremendo di quello che si potrebbe immaginare, ma è un ottimo modo per ragionare su come funzionano le interazioni all’interno di un gruppo di persone coinvolte nello stesso lavoro. Il libro è bellissimo per una serie di altri motivi, ve lo consiglio: tratta della fine del mondo, dei cavalieri dell’apocalisse e di altre cose alle quali fa bene pensare spesso e a fondo. Ma non è di questo che stiamo parlando. Il punto è: se il vostro sogno segreto è far saltare in aria il vostro collega, è veramente una buona idea mettervi in mano un fucile, anche finto? Probabilmente no.

1. Prima di organizzare un team building, occorre conoscere il team.

I progetti di team building pianificati dalla dirigenza senza un’adeguata conoscenza del team tendono a non avere successo. All’interno di un gruppo si creano dinamiche complesse, a volte delicate e non sempre interamente positive, che andrebbero analizzate per poter individuare le attività più adatte a migliorare la coesione. Se le rivalità interne e le inimicizie sono un problema all’interno di un team, per esempio, la partecipazione comune a un progetto di beneficenza potrebbe essere più indicata di una simulazione bellica: invitare fazioni che si detestano a spararsi addosso difficilmente avrà l’effetto di creare armonia e amalgama. Se il problema è la mancanza di fiducia e comunicazione, a qualcuno potrebbe venire la malsana idea di obbligare il gruppo a quel tipo di esercizi da corso di teatro nei quali ci si siede in cerchio e si dichiarano a turno le proprie più grandi paure o ci si allena a cadere all’indietro fra le braccia gli uni degli altri: niente di più sbagliato. Nessuno ama essere forzato a cambiare il proprio atteggiamento nei confronti degli altri, meglio porre un obiettivo comune semplice e definito, che si possa raggiungere soltanto comunicando attivamente.

2. Soluzioni universali, con applicazioni particolari

Ci sono alcune attività che hanno sempre effetti positivi sulle dinamiche di gruppo, ma anche in questo caso la gestione delle modalità di realizzazione è importante. Fra gli eventi di team building che non mancano mai di produrre risultati positivi ci sono i momenti di condivisione dell’apprendimento e quelli di convivialità. Workshop relativi all’ambito lavorativo, corsi di alta formazione, ma anche show cooking, corsi di cucina e cene o pranzi comuni. La condivisione del cibo e la condivisione di un interesse sono strumenti di team building fra i più efficaci, ma anche in questo caso bisogna essere consapevoli delle caratteristiche del gruppo e di quali dinamiche bisogna evitare. In un esercizio particolarmente malriuscito, per esempio, ho preso parte a una cena aziendale nella quale l’intera organizzazione dell’evento era stata ridotta alla scelta della location e del menu. In un ufficio di persone che non si erano simpatiche, il tutto si era risolto nella riproposizione degli stessi gruppi che si formavano nelle normali giornate lavorative, con l’unica differenza che le conversazioni fra le medesime persone sui medesimi argomenti si svolgevano intorno a vassoi di tartine invece che al bar dietro l’ufficio. La morale della favola è che, se si vuole stimolare l’interazione fra individui di età superiore ai dieci anni, radunarli nella stessa stanza e lanciare loro del cibo non basta: occorre dare loro uno straccio di motivo per non continuare a ignorarsi. Una cena meno sontuosa, ma magari preparata dai diretti interessati in una cucina comune, avrebbe ottenuto risultati assai migliori.
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3. Gestire le dinamiche dell’intero gruppo, non i singoli individui

In qualche caso occorre specificare che il team building non è un sostituto della psicanalisi. Un buon esercizio di team building dovrebbe tenere conto delle caratteristiche dell’intero ambiente lavorativo, dei suoi pregi e difetti complessivi, delle tendenze da incentivare e di quelle da correggere, ma non focalizzarsi su problemi individuali. Se due particolari colleghi non si sopportano e la cosa influenza negativamente il lavoro, l’unica soluzione possibile è parlarne con i diretti interessati, non organizzare un’attività di team building specifica, che abbia come target evidente quei due individui. Bisogna soprattutto tenere a mente che questi eventi hanno a che fare con la sfera lavorativa e che non devono invadere brutalmente quella privata: due collaboratori hanno il sacrosanto diritto di detestarsi nonostante tutto. A pensarci bene, chi non troverebbe inquietante lavorare in un ufficio nel quale l’amicizia personale fra colleghi fosse considerata un obbligo professionale? Quel tipo di team building è adatto a una setta religiosa, più che a un’azienda.

Conclusioni

La proposta di un evento di team building, in molte aziende, non suscita esattamente reazioni entusiaste e, in molti casi, la diffidenza è facilmente comprensibile. Queste esperienze, in realtà, meriterebbero tutt’altra reputazione, ma sono spesso associate all’idea di lunghi pomeriggi passati a svolgere attività inutili e spesso imbarazzanti, che sono il risultato degli approcci improvvisati. Affidarsi a dei professionisti è davvero l’unico modo per godere dei vantaggi di queste attività senza rischiare di commettere gli errori più comuni. In alternativa, potete investire decine di migliaia di euro per trasportare tutto il vostro staff in un albergo di lusso, coinvolgerlo in una serie di attività programmate principalmente per divertire il management e ottenere lo stratosferico risultato di far dimettere metà dei vostri impiegati entro sei mesi e di rileggere, di lì a pochi anni, la cronaca dei vostri fallimenti su un blog.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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