Formazione Green

Il consumo consapevole visto dalle aziende

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Scritto da Angela

Sapete qual è il lato migliore di vivere nella seconda del secondo millennio? Che gli anni ’80 e ’90 sono finiti e, tramontando, si sono trascinati dietro l’immaginario yuppie. Per due decadi siamo stati invasi da fastidiosi ragazzoni impegnati a ostentare orologi, automobili, beni di lusso e altri status symbol compensativi, pronti a decantare le lodi del profitto e a deridere cinicamente chiunque esprimesse preoccupazioni di tipo etico. La tipologia umana che a Hollywood veniva interpretata da Charlie Sheen e Michael Douglas e in Italia – per ragioni imperscrutabili – da Jerry Calà. Non che, in questo neonato 2016, non esistano più imprenditori senza scrupoli, aziende che danneggiano l’ambiente o sfruttano la forza lavoro o colossi multinazionali che evadono le tasse, beninteso: semplicemente, negli ultimi anni, si sono fatte strada anche diverse voci discordanti, che oggi presentano un’alternativa di tutto rispetto. Il consumo consapevole è in continua crescita, al punto che una recente ricerca di un’agenzia di marketing americana ha rilevato come il 90% dei consumatori si dichiarino disposti, a parità di prezzo e qualità, a prediligere marchi che si contraddistinguano per le scelte etiche. Chi produce e promuove, non può non tenere conto della presenza di queste ampie nicchie di mercato. Che cosa vuol dire, oggi, scegliere di rivolgersi a una clientela che ha optato per il consumo consapevole?

La fiducia dei clienti è un capitale in crescita…

… a patto di saperla gestire e mantenere. Chi sceglie il consumo consapevole è incline a informarsi, anche tramite le numerose risorse online che forniscono informazioni sulle aziende che adottano processi produttivi e gestionali etici. Un consumatore che opera la propria selezione con tanta attenzione si legherà a un marchio non semplicemente perché ne apprezza il prodotto, ma perché la scelta di quel marchio lo qualifica come persona e occupa un posto preciso nell’universo dei suoi valori. Per questo motivo difficilmente sarà spinto a cambiare abitudini di consumo da una pubblicità accattivante o da un prodotto nuovo. Naturalmente c’è un solo imperdonabile peccato che può significare la dannazione eterna di un brand che si presenta come etico e consapevole: il mentire sui propri valori. Millantare filiere sostenibili che non siano tali o investimenti etici inesistenti causa, nel momento in cui la verità emerge, una perdita di fiducia istantanea e irreversibile.

La crescita nei ricavi della vendita di prodotti Fairtrade fra il 2004 e il 2013. Fonte: Statista.com

La crescita nei ricavi della vendita di prodotti Fairtrade fra il 2004 e il 2013. Fonte: Statista.com

Il successo non si misura solo in profitti…

… ma anche in brand awareness. La buona reputazione di un marchio etico è direttamente proporzionale alla probabilità che i consumatori affezionati lo sostengano durante una crisi. Fidelizzare il cliente è notoriamente una parte importante della strategia di qualsiasi marchio, ma in un mercato nel quale la fiducia gioca un ruolo così centrale, i relativi indicatori contano almeno quanto i dati di vendita. L’esistenza di liste online di marchi “virtuosi” (che si tratti di prodotti cruelty-free, commercio equo e solidale o semplicemente di brand che investono realmente in progetti benefici) fa sì che il bacino del consumo consapevole attinga sempre più o meno alle stesse fonti. Una buona presenza online, un feedback positivo sui social media e una reputazione impeccabile rappresentano, per un’impresa etica, la miglior forma di assicurazione contro la crisi.

Ridurre gli intermediari

Non è detto che un marchio etico debba necessariamente equivalere a una piccola azienda, ma è certamente vero che la crescita del volume di affari deve essere condotta in modo estremamente attento, per mantenere su larga scala gli standard etici che sono alla base della produzione e del consumo consapevole. Quello che accomuna molti brand del settore, tuttavia, è la tendenza a mantenere un rapporto piuttosto diretto con la clientela e a ridurre gli intermediari, spesso vendendo online o comunque accorciando la filiera e arrivando al consumatore nel modo più diretto possibile. Questo è un modo di ridurre i costi, ma anche di mantenere aperti i canali di comunicazione che contribuiscono a consolidare la fiducia.

Imprenditoria e consumo consapevole: un gioco di squadra

Che la vostra specifica area di interesse sia la protezione dell’ambiente, l’eliminazione degli sprechi, la sostenibilità del lavoro, la produzione cruelty-free, la realizzazione di eventi a impatto zero o l’utilizzo di energie rinnovabili, quello che vi unisce ai vostri consumatori non è un semplice rapporto di compravendita di beni o servizi, ma l’appartenenza a una stessa comunità. Non vi trovate ai lati opposti del bancone, ma dalla stessa parte della barricata. Proprio per questo non dovreste mai avere paura di affrontare gli elementi più controversi del dibattito corrente sui temi che vi riguardano. Adoperarsi per appianare incongruenze e risolvere problemi è certamente un atteggiamento che premia, laddove tentare di nascondere le vostre mancanze vi espone al rischio di quello che potremmo ormai chiamare “effetto Volkswagen”. Le scelte etiche dovrebbero diventare parte integrante della vostra filosofia aziendale e dovrebbero riguardare ogni settore della vostra azienda. Un marchio di cosmetici cruelty-free che non si avvale di test sugli animali (oggi comunque vietati in Europa), ma fa assemblare le proprie confezioni in plastica in stabilimenti situati in paesi che non hanno tutele sindacali e che sfruttano il lavoro minorile, per esempio, difficilmente avrà vita lunga nell’universo del consumo consapevole.

Conclusioni

Allo stato attuale delle cose, una vita dedita interamente al consumo consapevole è praticamente impossibile. Per essere più precisi, è il consumo interamente etico a essere impossibile: a meno di non eliminare interamente dalla propria vita tutti gli alimenti non provenienti da filiere eque e solidali, tutti i detergenti industriali, tutti i computer e gli elettrodomestici, tutti i mezzi di trasporto non elettrici e tutti i beni trasportati con mezzi non elettrici, tutti i filati a base di petrolio, ma anche quelli a base di cotone, la stragrande maggioranza delle calzature e una lista interminabile di altri prodotti di uso quotidiano, è impossibile vantare un consumo interamente etico. Il nostro semplice esistere al di fuori di una grotta nei boschi, in questo preciso momento, sta nuocendo indirettamente a qualcosa o a qualcuno. È però ancora possibile esercitare il consumo consapevole, così da poter valutare e scegliere un’alternativa etica nel momento in cui ci viene proposta. Queste modalità alternative di produzione e consumo sono passate, nel giro di un tempo relativamente breve, dall’essere una nicchia per hippie abbienti e annoiati al costituire alternative valide al mercato tradizionale e la varietà, da sempre, fa bene al progresso. Andando avanti di questo passo, potrebbero perfino vincere i buoni. E, prima che mi accusiate di peccare di ottimismo, mi affretto a precisare che, qualora così fosse, probabilmente noi non saremo lì a raccoglierne i frutti. Ciò non toglie che si possano piantare con soddisfazione i relativi semi.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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