Formazione

Il meeting peggiore della mia vita

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Scritto da Angela

Il peggior meeting della mia vita deve essere costato una fortuna a chi l’ha organizzato. Non posso dirvi il nome dell’azienda, naturalmente, ma si tratta di un marchio che sicuramente conoscete e con il quale probabilmente avete o avete avuto a che fare. A pensarci, è probabile che quel meeting sia stato pagato con i vostri soldi e per questo non vi ringrazio: ho trascorso tre giorni orribili in un hotel a cinque stelle in una prestigiosa località sulla costa orientale della Sicilia. No, non vi sto prendendo in giro: una buona location e un budget consistente non equivalgono necessariamente a un risultato positivo né per chi organizza un evento né per chi partecipa. Un meeting ben costruito è il frutto di una pianificazione attenta rivolta a obiettivi chiari e si traduce in una crescita tanto per i singoli quanto per il gruppo di lavoro. Ma se la ricetta per il successo è una e relativamente lineare, le vie per arrivare al fallimento sono molteplici e imprevedibili. Quella che segue è l’autopsia di uno dei tanti possibili disastri aziendali che si verificano quando i compiti vengono assegnati alle persone sbagliate. Spoiler alert: mi sono licenziata tre settimane dopo.

Che cosa ci facciamo qui? Meeting, convention o vacanza aziendale.

Lo ammetto, la mia prima reazione nel leggere una mail del capo del personale che mi invitava a passare tre giorni in un resort di lusso sul mare non è stata interamente negativa. Dopo i primi tre o quattro secondi di contemplazione di uno scenario mediterraneo a base di palme e acqua cristallina, tuttavia, mi è venuto spontaneo chiedermi: perché? Il contenuto della comunicazione era alquanto confuso: nell’oggetto della mail si parlava di “viaggio aziendale”, ma il corpo del messaggio menzionava, in ordine sparso, i termini “meeting”, “conferenza” e “convention” (due anglicismi su tre era già una buona media per il mio ex-capo del personale). Il programma era tracciato in modo vago, con una serie di orari di incontro per attività non ben definite, i cui partecipanti non erano sempre indicati con chiarezza. Nel complesso risultava quasi impossibile collocare questa non meglio definita “vacanza” in un contesto lavorativo. Va detto che, alla fine dei tre giorni, la risposta alla domanda iniziale era ancora oscura. Nessuno ha mai saputo spiegarmi per quale strano esperimento sociale un paio di centinaia di persone che si odiavano e non avevano nulla da dirsi siano state impacchettate per tre giorni a pochi metri dal mare senza neanche la possibilità di passare un’intera mattinata in spiaggia. Col senno di poi, credo di poter ascrivere l’intera iniziativa a un mix letale di crudeltà gratuita e incompetenza.

Il senso del ridicolo

Vi prego di immaginare la seguente scena. Una sala conferenze da circa mille posti, luci basse, maxischermo e podio per i relatori. La sottoscritta arriva appena in tempo, afflitta da un feroce mal di testa causato da tutto l’alcol consumato la sera precedente per sopportare il tedio di dover passare tre giorni col capo. Rumore bianco dagli altoparlanti e poi, senza preavviso, Carmina Burana, per la precisione (ovviamente) “O Fortuna” a un volume che giustificherebbe una denuncia per lesioni gravi. Nel caso non collegaste il brano al titolo, si tratta di questo capolavoro dell’understatement:
Sul serio. Carmina Burana a un meeting (o era una convention?) del settore vendite. Se non c’è una legge che lo vieta, propongo una raccolta di firme per farla approvare. Immediatamente dopo, apparentemente ignaro del senso di imbarazzo generale, sale sul palco un motivatore (perché, diciamolo, il settore vendite ha sempre bisogno di un motivatore), che comincia a incitare la folla, urlando, a riconoscere quanto il nostro lavoro sia il più bello del mondo. Se lo dice lui. Segue, con prevedibile effetto anticlimatico, la premiazione dei migliori venditori dell’anno. Il primo classificato si porta a casa una mountain bike. Si spera che l’azienda paghi per il trasporto aereo della medesima, a meno che al malcapitato non venga richiesto di tornare a Roma su due ruote. Ora, devo spiegarvi il titolo di questo paragrafo? Presumo di no. Se il dipendente che si intende gratificare si ritrova trascinato sul palco, sentendosi un cretino, in un teatrino che ha molto del fanatismo religioso e nulla della soddisfazione professionale, c’è da scommettere che l’anno successivo lo stesso dipendente starà ben attento a non commettere nuovamente l’errore di eccellere rispetto ai colleghi. I colleghi, me compresa, se ne stanno sprofondati al sicuro nelle poltrone da cinema pensando “così impari, secchione.”

Il team building, questo sconosciuto

Ogni azienda ha i suoi problemi. Quella che ha ispirato questo articolo era particolarmente carente nella gestione delle risorse umane. “Carente”, in questo caso, è un eufemismo. Nella migliore tradizione fantozziana, la vita dell’ufficio era un susseguirsi di abusi di autorità, ripicche, complotti e faticosissimi giochi di potere tanto inutili quanto noiosi. Quale occasione migliore di un viaggio aziendale, dunque, per correggere il tiro e provare a costruire un autentico spirito di squadra? Questo semplice pensiero non ha minimamente sfiorato le menti brillanti dei due responsabili commerciali ai quali – allo scopo di risparmiare sull’assunzione di consulenti esterni – era stata affidata l’organizzazione. Tutti i momenti destinati alla “socialità” erano lasciati interamente alla discrezione dei partecipanti. Che cosa succede quando si prendono alcune centinaia di adulti che si odiano con il fervore di adolescenti e li si colloca in un ambiente leggermente più confortevole del solito? Avete indovinato: assolutamente nulla. I medesimi gruppi e le medesime rivalità si sono prontamente riformati, traducendosi in capannelli che si fissavano in cagnesco ai lati opposti del buffet. Lungi dall’investire un centesimo in una qualsiasi attività volta a stimolare la collaborazione fra colleghi, i due fini pensatori di cui sopra avevano invece scelto di ingaggiare una troupe di aitanti ballerini di capoeira ambosessi, abbigliati con parsimonia, che qualcuno ha avuto l’idea geniale di far esibire fra i tavoli nel corso di una cena in piedi. Capite il senso dell’operazione? Neanche io.

Conclusioni

Non ho mai capito il perché di quel bizzarro viaggio aziendale. Non è mai stato un vero meeting, perché non c’era interazione fra i presenti, se non quella che spontaneamente si sarebbe creata anche in ufficio (e che comunque era sempre una tacca sotto il tentato omicidio). Non si trattava neppure di una convention, poiché non c’erano realtà esterne con le quali confrontarsi, né di una conferenza, dal momento che non erano previsti speaker interni né esterni. Quale che fosse l’intento degli organizzatori, l’unica cosa chiara è che l’intera iniziativa non può che essersi tradotta in una voce in perdita sul bilancio annuale dell’azienda. Risorse sicuramente cospicue sono state sprecate senza obiettivi chiari e senza alcun incentivo per i partecipanti a dare il proprio contributo a un’iniziativa collettiva. Probabilmente assumere dei professionisti per organizzare il tutto avrebbe fatto lievitare leggermente il budget, ma le conseguenze sul lungo periodo non sarebbero state così devastanti. Non sorprende, a fronte di questo resoconto (a dire il vero piuttosto blando rispetto all’effettivo orrore di passare un fine settimana con i miei ex-colleghi), che una percentuale non piccola dei dipendenti di quell’azienda si siano licenziati entro l’anno successivo, preferendo le gioie della disoccupazione al prezzo intollerabile di quello stipendio. Non sorprende neppure che, nel giro di cinque anni dall’infame trasferta, l’intera azienda sia stata travolta da uno degli scandali delle cosiddette “scatole cinesi” e che il megadirettore galattico abbia fatto perdere le proprie tracce.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

2 Commenti

  • Ciao Angela. Troppo forte questo articolo! Mi ha fatto ripensare ad un’esperienza simile di qualche anno fa. È davvero incredibile come certa gente pensi che basti mettere insieme delle persone forzandole in attività comuni perché da qui ne nascano delle relazioni…..quando a volte basterebbe mettersi seriamente “in ascolto”…..sai qual’è il problema? Che ascoltare è difficile. Molto meglio dire: io ho investito soldi, vi ho portato a divertirvi, e che altro volete?….ancora complimenti. Ciao!

    • Ciao Melissa, hai assolutamente ragione! Spesso c’è un abisso fra le necessità di un gruppo di persone che lavorano insieme e quello che effettivamente viene fatto per migliorare i rapporti interpersonali e la qualità del lavoro. E spesso queste strategie hanno le gambe corte.

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