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Interviste

Intervista: Bandbackers, la startup che rivoluziona il crowdfunding musicale

bandbackers
Scritto da Angela

Bandbackers è la prima piattaforma di crowdfunding verticale dedicata alla musica e basata sulle royalties. Non la prima in Italia, la prima al mondo. L’idea dietro a questo esperimento coraggioso e visionario è venuta a quattro ragazzi italiani dai background diversi, che hanno dato vita a una startup che oggi viene guardata con interesse da diverse realtà internazionali. Il progetto è nato dall’esigenza, avvertita in modo marcato nell’industria discografica, di trovare soluzioni per la produzione e distribuzione della musica che stiano al passo con i tempi e con i nuovi modelli di fruizione. In tempi di sharing economy, che diventa in breve gig economy, i vecchi modelli di questa particolare industria hanno ampiamente dimostrato la loro inadeguatezza, ma ancora non sono emerse alternative convincenti. In quest’intervista Roberto Calabrò (CEO) e Salvatore Martino (CMO) ci raccontano la genesi e gli obiettivi del progetto.

Partiamo con una domanda provocatoria. Le piattaforme di crowdfunding per le arti sono proliferate a un ritmo quasi eccessivo negli ultimi anni: che cosa vi ha fatto pensare che fosse una buona idea crearne un’altra?

Siamo partiti dall’idea di realizzare una “borsa del diritto d’autore” per dare la possibilità ai musicisti di quotare le loro royalty e raccogliere fondi da utilizzare per la promozione del loro lavoro, ma queste si è rivelata quasi subito un’idea legalmente impraticabile. Abbiamo pensato quindi di creare una piattaforma di royalty crowdfunding per mantenere nella legalità il concetto di investimento che frutta utili. Il presupposto è proprio questo: le piattaforme di crowdfunding sono tante, ma mentre tutte ripagano i loro investitori con dei beni (sono quindi reward based, nel caso verticale della musica parliamo di cd, tshirt, cappellini etc) noi volevamo rendere i nostri backers partecipi attivamente e motivati dagli utili. Abbiamo infatti chiesto a 408 soggetti, che avevano utilizzato almeno una volta le piattaforme reward based per sostenere progetti artistici, di esprimere la loro propensione a continuare a investire e in cambio di cosa. Il 60% di loro ha risposto che continuerebbe a utilizzarle solo in cambio di partecipazione e guadagno. Ecco che è nata Bandbackers, la prima etichetta discografica community based al mondo dove artisti trovano fondi per realizzare e promuovere la loro musica ed i fan sostenendoli economicamente ne condividono gli utili promuovendo insieme all’artista il prodotto. I backers vengono resi promotori attraverso il nostro press kit con il quale viralizzare il progetto finanziato sui loro social, viralità che aumenta il loro premio in denaro.

Provate a spiegare a qualcuno che non conosce il music business perché Bandbackers è un progetto rivoluzionario.

È molto semplice: negli ultimi anni l’utente medio consumatore di musica ha perso l’interesse a possedere il bene, fisico o digitale che sia, infatti sia le vendite che i download legali e illegali sono in costante calo, mentre la richiesta si è spostata verso un diverso accesso alla musica. Il mercato ha dunque risposto con un proliferare di piattaforme di streaming, con l’aumento dell’offerta dei live e con quello che possiamo chiamare un embrione di sharing economy, cioè le piattaforme di crowdfunding reward based di cui abbiamo parlato prima. Bandbackers allarga considerevolmente questo concetto di accesso alla musica e di sharing economy dando la possibilità agli utenti di partecipare in maniera attiva al progetto musicale finanziato, attraverso la sua promozione virale sui propri social. Le royalty generate poi verranno suddivise tra i backers e l’artista. Ogni musicista può scegliere che tipo di campagna portare avanti in base alle sue esigenze, può finanziare l’ufficio stampa, la stampa del cd o del vinile, il booking, l’export office o tutto insieme. La cosa bella è che, se il progetto genera revenue, l’artista potrà rivolgersi alla community tutte le volte che ha bisogno di fondi senza la sensazione di chiedere un favore ai suoi fan. I fan verranno ripagati dalle revenue editoriali, ma anche da una percentuale sulle vendite dei supporti e del merchandising e da una percentuale sui cachet dei live, in proporzione alla cifra investita e all’impegno profuso a promuovere l’artista. Bandbackers, in quanto editore, incassa dalla SIAE semestralmente i proventi editoriali e li usa per ripagare i backers in base alla cifra sottoscritta e alla viralità generata attraverso la loro promozione sui social. Bandbackers così premia concretamente gli opinion leader musicali.

Chi partecipa a un crowdfunding di Bandbackers si comporta più come un investitore che non come un “supporter”: che tipo di reazioni avete riscontrato rispetto a questo nuovo modo di rapportarsi al crowdfunding da parte degli utenti?

Nonostante siamo partiti solo da pochi mesi abbiamo già centinaia di utenti iscritti alla piattaforma, che hanno partecipato attivamente alle campagne e la metà di loro utilizza regolarmente il presskit per promuovere le campagne finanziate. Abbiamo già diversi utenti che investono su più campagne quindi vuol dire che già qualcuno si è “emancipato” passando dal sostenere il progetto di un amico a diventare un vero e proprio discografico. A conti fatti possiamo dire che siamo decisamente soddisfatti dalle prospettive che danno questi dati.

Quale sarà secondo voi il futuro della sharing economy?

La sharing economy è già il futuro: AirBnb, Gnammo, Sailsquare, Uber, BlaBlaCar, Petme, Sfinz, Freelancer, MioGarage, Cocontest, Guide me right, Zego, Uiset, Bandbackers e mentre parliamo chissà quante altre idee stanno nascendo. È una ricalibrazione del presente in base alle necessità di ognuno e alla sua disponibilità a far parte di un sistema in cui può dare e avere qualcosa in cambio di altro ed è anche una delle poche risposte sostenibili all’inevitabile cambiamento dei tempi. Possiede, grazie a questa sua contemporaneità dilatata e mutevole, una sorta di visione a lungo termine in grado di valutare l’impatto e le sue conseguenze sul futuro; è necessario però che per funzionare bene tutto questo venga regolamentato e qui il terreno è insidioso, se ne discute a livello politico e legislativo ma non sembra che le istanze degli operatori della sharing economy siano state comprese appieno.

Parliamo di startup: quali mezzi avete scelto per far partire e finanziare il vostro progetto? Vi siete avvalsi di bootcamp, acceleratori, incubatori o angel investors?

Abbiamo fatto tutto da soli. Il team proviene interamente dall’esperienza di Innovaction Lab, un corso promosso e realizzato dalla Luiss Enlabs. All’inizio abbiamo fatto richiesta per accedere al programma di accelerazione con un modello diverso e non siamo stati scelti. Abbiamo modificato quindi il modello e deciso di partire lo stesso con un bootstrap e adesso abbiamo quei numeri di cui parlavamo prima con poco più di mille euro di spesa in marketing e monte ore lavorate dal team che è coeso, di alto profilo e determinato.
In questo momento siamo alla ricerca di un Business Angel con una visione simile alla nostra, che abbia una conoscenza del mercato discografico tale da capire fino in fondo i meccanismi e le prospettive del progetto.

A che punto dello sviluppo vi trovate in questo momento e quali sono i prossimi passi da compiere? Dove sarà Bandbackers tra cinque anni?

Siamo in Beta da luglio scorso con una decina di band sulla piattaforma, abbiamo concluso 7 campagne di cui 5 sono andate a buon fine. Alle band sono stati distribuiti €6k, utilizzati per realizzare e promuovere i loro prodotti: due album in stampa, 3 uffici stampa e due booking coinvolti che verrano pagati col denaro raccolto dai backers; questi ultimi hanno già fissato una trentina di date entro l’estate per tre differenti artisti. Stiamo anche raccogliendo i primi funding esteri per i quali abbiamo attivato un canale dedicato. Per giugno contiamo di chiudere il cerchio: le rendicontazioni SIAE/Soundreef, i tour e le vendite genereranno le prime royalty a cui i backers parteciperanno, dividendo i guadagni con le band. Nel frattempo il nostro reparto IT sta lavorando affinché ogni backer possa visualizzare sul proprio profilo alcune proiezioni verosimili sulle cifre in arrivo. A questo punto saremo in grado di misurare con precisione la funzionalità del modello e le relative metriche serviranno a presentarlo a una lista di Angel Investor, scelti fra quelli che hanno dimestichezza e conoscenza delle dinamiche del mercato musicale oltre che dell’ecosistema startup. Sappiamo che in Italia non ce ne sono tanti, ma conosciamo la sensibilità di alcuni verso l’argomento. Abbiamo in mente una cifra precisa per arrivare a 10.000 utenti attivi e 200 band. Col denaro implementeremo da subito la possibilità di aprire campagne dall’estero dove la cosiddetta “payback culture”, ovvero l’investire per ottenere un guadagno netto dopo un tempo determinato, è nettamente più diffusa portando i fan a investire cifre più alte. Col primo seed saremo anche in grado di automatizzare tutti quei processi che attualmente ci costano parecchio impegno e potremo, per esempio, dare la possibilità alle band di aprire le campagne in autonomia, creare board informatiche per ottimizzare il flusso di lavoro tra le band e gli uffici stampa o i booking etc… Nei prossimi 5 anni ci piacerebbe avere dei nostri uffici ovunque. In fondo noi siamo solo il mezzo per generare da zero una label; se gli Isterismo, una band giapponese che canta in italiano per l’immenso amore per i Negazione e la scena HC nostrana, decide di avere come discografici i suoi fan potrà utilizzare Bandbackers.

Nonchè prossimi ad una exit milionaria.

Avete avuto modo di confrontarvi con altre startup simili all’estero? Che differenze avete riscontrato rispetto alla situazione italiana?

In questo momento la tipologia di crowdfunding più utilizzata è il reward, grazie al quale gli utenti sono entrati in contatto con questo nuovo modo di vivere l’economia, mentre sono pochissime le piattaforme di royalty, Bandbackers è l’unica verticale sulla musica attualmente attiva. Questo ci certifica folli e con pochi elementi per valutare la bontà del modello a priori costringendoci a rischiare in prima persona la validazione di tutto. Per fortuna il nostro algoritmo lavora anche in modalità previsionale mettendoci in grado di calcolare quanto modello possa funzionare. Di sicuro all’estero come dicevamo c’è una propensione ad investire molto spiccata sia nell’attitudine che nelle cifre. Su Luodfund infatti le campagne avevano goal di funding decuplicati rispetto a Bandbackers, il che deve anche invitarci a riflettere sul perchè Loudfund si sia fermato forse perchè non facile restituire cifre così alte ai Backers. Noi siamo comunque intenzionati a guardare all’estero da subito se vogliamo ipotizzare un’economia di scala verosimile.

Quali sono le principali difficoltà che avete incontrato? Quali le maggiori soddisfazioni?

Le difficoltà sono quelle insite in un qualsiasi progetto ambizioso, ma è tutto superabile perché in questi mesi abbiamo percepito un interesse crescente e siamo sicuri della bontà e dell’utilità dell’idea. Certo riscontriamo ancora dei residui di diffidenza, il più delle volte di stampo “politico”, verso il crowdfunding e quando parliamo di politico intendiamo prese di posizione il più delle volte non argomentate o di tipo etico, salvo poi constatare che Musicraiser (la più popolosa piattaforma musicale reward based in italia) è stata utilizzata da 800 band negli ultimi 4 anni. Infatti c’è da dire che, nel contempo, tutti riconoscono il valore economico che la pratica riesce a smuovere, rimaniamo in attesa di una presa di ragionevolezza che ponga fine a questo bizzarro comportamento.

Quali sono le qualità fondamentali per essere uno startupper?

Posto che non esiste lo startupper perfetto -altrimenti il mondo avrebbe le ore contate- per affrontare nella maniera migliore la creazione di un’azienda da zero, lean, come si dice in gergo tecnico, bisogna saper essere almeno:
schematici
resilienti
assertivi
stacanovisti
ottimisti
acrobati
visionari
risoluti
sintonizzati
votati al cazzeggio creativo e a una certa castità sentimentale.

Elevator pitch: perché un investor dovrebbe credere in questo progetto?

Bandbackers è una community label partecipata dai fan. Attraverso la nostra piattaforma di royalty crowdfunding gli artisti trovano fondi per produrre e promuovere la loro musica e i backers, finanziando i progetti, partecipano alla loro promozione e agli utili. È uno strumento finanziario che rende sostenibile la carriera degli artisti grazie ad un flusso di risorse reso disponibile dai backers in cambio di una nuova esperienza di accesso ai contenuti musicali/discografici. Si prevede che entro il 2020 il crowdfunding immetterà nell’economia mondiale 500 miliardi di dollari generandone 3200 miliardi e creando 2 milioni di posti di lavoro. Il mercato musicale in Italia, vale nel suo complesso, 4,3 miliardi di euro e vogliamo penetrarlo dell’uno per cento nei prossimi cinque anni. Siamo un team coeso e preparato, con esperienze nel mercato musicale, in quello editoriale e con importanti competenze informatiche. Abbiamo i migliori advisor tecnici, economico/finanziari e legali, lavoriamo con partner di alto livello, conosciamo i nostri customers e i nostri users e sappiamo leggere le metriche che questi producono grazie al nostro servizio.

bandbackers team

Il Team

Roberto Calabrò, CEO: musicista, operatore nel settore del marketing musicale con Sporcoimpossibile e Soluzioni Semplici, consulente per IMAIE (collecting society)
Valeria Barile, CTO: esperta di UX (user experience design), in passato web e UI designer presso KDM spa, consulenza e prodotti informatici.
Salvatore Martino, CMO: responsabile comunicazione per Mosaico Produzioni, prima livestream society italiana con la quale lavora su progetti di comunicazione ed editoria multimediale per Aziende, Enti Pubblici e Politici.
Lorenzo Lucherini, Senior Developer: già Software engineer per KDM spa, consulenza e prodotti informatici.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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