Formazione

“Lascia il lavoro per girare il mondo” – quello che nessuno ti dice sui digital nomads

digital nomad
Scritto da Angela

È di nuovo quel periodo dell’anno in cui mi tutti mi chiedono “fino a quando sei in ferie?” e rimangono piuttosto stupiti quando rispondo “ma io non sono in ferie”. Lo stupore è comprensibile, se considerate che questo dialogo avviene di solito fra due persone in costume da bagno, al bancone di un bar in riva al mare. Di quanto sia fastidiosamente perfetta la vita del digital nomad abbiamo già parlato e, nel caso vi fosse venuto il dubbio, nell’ultimo anno non ho cambiato idea e non mi sono trovata un lavoro stanziale. Adesso però è il momento di rispondere alla domanda “dove sta la fregatura”? Dopo tutto siamo sommersi di articoli su gente che “lascia il lavoro per girare il mondo e adesso spiega agli altri come fare” e non può non esservi sorto il dubbio che il segreto sia “essere miliardari e non aver bisogno di lavorare”. Facciamo quindi un po’ di chiarezza: non lavorare in un ufficio ed essere liberi di starsene due mesi al sole senza prendere le ferie non vuol dire “lasciare il lavoro”, vuol dire lavorare in un altro modo e no, non è tutto rose e fiori. Si tratta di una scelta precisa e, come ogni scelta, ha i suoi pro e contro. Dal momento che in un passato articolo vi ho raccontato le meraviglie della vita da digital nomad, ho pensato di offrirvi un simpatico articolo estivo dedicato ai contro, agli aspetti più frustranti, ai trucchi da conoscere e a quei cinque minuti ogni tre mesi nei quali ci si chiede “ma non sarebbe meglio lavorare in un ufficio?” (spoiler: la risposta è ancora “no”).

1. Prima regola del digital nomad: non finire in bancarotta (la parte noiosa)

Siete miliardari come il tizio che ha deciso di lasciare il posto da amministratore delegato di qualcosa per girare il mondo sulla sua barca a vela, nella serena consapevolezza che le sue carte di credito continueranno a tenerlo a galla? No? Allora, se l’idea di andare in ufficio tutte le mattine non vi aggrada, è il caso che facciate due conti prima di mettere lo zaino in spalla. La prima domanda da farsi è ovvia: che cosa sapete fare? Il vostro nomadismo digitale comprenderà lavori più o meno simili fra loro o molto eterogenei? Produzione di contenuti o consulenza? Richiederà competenze tecniche, creatività o un mix delle due cose? La seconda e la terza domanda sono rispettivamente “di quanto ho bisogno per vivere? E per vivere bene?” Una volta risposto non dovrete fare altro che incrociare le proiezioni future della prima domanda con i dati delle altre due. Mi spiego: se in media un professionista nella vostra posizione guadagna meno della metà della cifra che voi spendete mensilmente per fare la spesa, forse è meglio non mollare il lavoro. In alternativa, potete fare un serio audit delle vostre possibilità. Prima di tutto informatevi sulle tariffe dei freelancer nel vostro settore e fate una stima ragionevole del portfolio di clienti con i quali potreste iniziare la vostra attività e degli introiti che potrebbero derivarne per il primo anno. Procedete quindi a esaminare il costo della vostra vita e di quella che vorreste fare. Se i conti non tornano la soluzione non è disperarsi, ma imparare a risparmiare. E passare al paragrafo successivo.

2. “Dove li trovi i soldi per viaggiare?”

Molti pensano, erroneamente, che per essere digital nomad si debbano guadagnare cifre da capogiro per “permettersi di viaggiare”. Questo è un concetto del tutto sbagliato, probabilmente dovuto al fatto che ognuno pensa alla propria situazione economica e immagina quanto gravoso sarebbe aggiungere ai propri conti il costo di continui viaggi e soggiorni. Il punto è proprio questo: non bisogna “aggiungere” i viaggi ai propri costi mensili, bisogna “sostituirli”. Che senso ha scegliere una posizione che vi permetta di girare il mondo, se poi dovete continuare a pagare l’affitto del vostro appartamento di una qualsiasi città Italiana, il bollo auto, l’assicurazione e l’abbonamento a Netflix? Ok, l’abbonamento a Netflix potete tenerlo. Di tutto il resto potete fare a meno e ci sono diversi modi per arrivare a questo risultato. Visto che siete degli aspiranti digital nomad e quindi, si presume, spostarvi non vi spaventa, cominciate con lo studiarvi un po’ di leggi sul lavoro. Individuate i paesi nei quali il vostro particolare tipo di figura professionale gode di un trattamento fiscale ragionevole. Informatevi anche su quali documenti vi sono richiesti per lavorare in quel particolare paese e sul costo minimo della vita. Scegliere la propria base è importante, perché quello sarà il centro delle vostre attività e il fulcro amministrativo della vostra esistenza nomade, anche se i vostri viaggi vi porteranno altrove per lunghi periodi. Il modo più semplice per ammortizzare i costi abitativi, naturalmente, sarà affittare il proprio appartamento quando si è in viaggio, così da coprire il costo dell’affitto e poter utilizzare i ricavi del proprio lavoro solo per viaggiare. In alternativa, potreste iscrivervi a un programma di “house-swapping” e continuare a pagare l’affitto, ma soggiornare gratis presso le abitazioni di altri iscritti al servizio, così da abbattere il costo di ogni viaggio.

3. Le vacanze non esistono

Pensate che un digital nomad lavori meno ore di un impiegato? Molto probabilmente vi sbagliate. La principale fregatura di questa scelta di vita consiste proprio in questo: tutti penseranno che siate sempre in vacanza, ma voi non sarete MAI in vacanza. Le vacanze non esistono. Non esiste Natale, capodanno, ferragosto o domenica, perché la vostra tabella di marcia seguirà un altro binario e staccare del tutto diventerà quasi impossibile. Avete prenotato un volo di sei ore? Sarà vostra responsabilità accertarvi di aver completato in tempo utile tutti i compiti che vi siete prefissi. Se poi, come me, siete biologicamente incapaci di lavorare su un mezzo in movimento e soffrite contemporaneamente di mal di mare, vertigini e una feroce paura di volare, tutto il tempo che spenderete a spostarvi sarà necessariamente improduttivo, costringendovi a straordinari notturni che possono durare anche diverse settimane. Anche una volta che vi sarete sistemati nel vostro Airbnb/hotel/tenda nei boschi gestire le ore di lavoro non sarà una faccenda semplice. La controindicazione della quale nessun articolo parla (almeno nessuno degli articoli che ho letto io), è dovuta al fatto che essere il capo di se stessi vuol dire avere un capo terribile. Quando lavoravo in ufficio, ricordo una creatura mitologica chiamata “pausa 626”, che imponeva di staccarsi dallo schermo per 15 minuti ogni due ore. Quando siete in un bar che avete scelto per la velocità della connessione wi-fi, tuttavia, scoprirete che questo genere di pause non esistono in natura. Il vostro pensiero dominante sarà rivolto al desiderio che avete di esplorare una nuova città, al concetto di “meno pause faccio, prima finisco”, al fatto che lasciare il vostro laptop incustodito non sia una buona idea e così via. Il risultato? Vi ritroverete a sedere per sei ore a un tavolino troppo basso, ordinando più cibo di quanto non ne vogliate in realtà per non sentirvi in colpa, per poi alzarvi con la schiena dolorante, gli occhi vispi di Spud di Trainspotting e un solo desiderio: tenere gli occhi chiusi per almeno tre ore e non guardare mai più uno schermo. Imparare a evitare tutto questo è questione di pratica e di volontà: imponetevi una divisione razionale del lavoro in compiti distinti, da completare in ordine, senza cedere al multitasking. Concedetevi pause “da ufficio”, durante le quali NON controllerete Facebook e NON guarderete uno schermo. Portatevi un libro, parlate con i vicini, telefonate alla mamma o, meglio ancora, passeggiate fino al bar successivo.

4. “Ma alla fine non era meglio un lavoro normale?”

No. Oppure sì, dipende da voi. Io non potrei tornare a quel tipo di routine, ma conosco molti professionisti che trovano il senso di precarietà del nomadismo digitale molto più difficile da gestire della vita d’ufficio. Una scelta non è necessariamente migliore dell’altra, l’importante è prendersi le proprie responsabilità. Mai come in questo caso è essenziale ricordarsi che quando si sceglie un’opzione si scartano tutte le altre. Se nella vita avete bisogno di certezze, la vita del digital nomad potrebbe non fare per voi. Se la vostra parola tedesca preferita è Wanderlust, invece, fare “il salto” potrebbe cambiarvi la vita in meglio.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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