Formazione

Lavorare in proprio o da dipendente? Fai la scelta giusta

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Scritto da Angela

I millennials (o quelli che non sono millennials per una manciata di anni) sono una generazione interessante. Fra loro conosco giovani imprenditori che darebbero qualsiasi cosa per tornare al livello di responsabilità delle scuole medie o almeno per avere un lavoro dipendente, lavoratori dipendenti che friggono d’impazienza e si riempiono la vita di continue imprese commerciali e artistiche parallele al lavoro, freelancer che maledicono il giorno in cui hanno aperto una partita iva e precari o neolaureati che ricevono consigli non richiesti da tutte le categorie precedenti e non sanno a chi credere. Conosco anche persone soddisfatte della propria vita, dipendenti sereni, imprenditori non eccessivamente stressati e freelancer contenti della propria scelta (io appartengo a quest’ultima categoria, le ragioni ve le ho raccontate qui) e nessuno, davvero nessuno che avesse il sogno, da bambino, di “fare il posto fisso”, come vuole un recente stereotipo nazionale.

Il mito dell’imprenditore e la realtà del dipendente

Dopo decadi di panegirici per il “self-made-man” si è diffusa l’idea balzana che lavorare in proprio sia in qualche modo una scelta più ammirevole che occupare un posto da dipendente, che sia indice di maggiore senso di responsabilità e di un approccio più fattivo alla vita in generale. Questa convinzione, tuttavia, è un puro costrutto culturale: lavorare in proprio o da dipendente sono condizioni che richiedono due caratteri completamente diversi e mettono in gioco abilità diametralmente opposte, così che chi si trova a proprio agio in una posizione, probabilmente sarà infelice nell’altra. Dopo tutto un famoso detto erroneamente attribuito ad Einstein recita “Tutti siamo dei genî, ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, lo si farà vivere per sempre nella convinzione di essere un idiota”.

Sei un insicuro? Sei pronto per fare lavorare in proprio

Magari pronto è una parola grossa, ma certamente sei sulla buona strada. Molto spesso il livello di ambizione necessario per lavorare in proprio va di pari passo con un’insicurezza più o meno latente. In una carriera del genere, inoltre, gli insicuri hanno un vantaggio in più: sono abituati ad avere paura. Avere paura di non farcela, di fallire, di fare l’investimento sbagliato sono sentimenti sani e utili, perché aiutano a mantenere sempre alta la soglia dell’attenzione. Chi è abituato a ricercare granitiche certezze, probabilmente non si sentirebbe a proprio agio in un contesto in cui le certezze semplicemente non esistono o, peggio, sarebbe troppo sbrigativo nel prendere decisioni, rischiando di commettere errori fatali.

Sei un perfezionista? Il lavoro dipendente fa per te

Chi ha la capacità di concentrarsi a fondo su ogni dettaglio, chi sceglie di specializzarsi in qualcosa e solo quando è certo delle proprie capacità si accosta al lavoro vero e proprio, per garantire unicamente prestazioni di altissimo livello, sarà a proprio agio in una posizione da dipendente. Si tratta del tipo di professionista che ha la possibilità di eccellere in ciò che ha scelto di fare, a patto che lo si lasci libero di fare esclusivamente quello e di non preoccuparsi di altro (anche perché il multitasking fa male) . Lavorare in proprio è l’esatto contrario: non si può aspettare di essere perfetti, altrimenti non si inizierà a fare mai nulla. È invece necessario non focalizzarsi sull’idea di essere il migliore in un solo campo, ma riuscire a essere abbastanza competente in campi anche molto diversi fra loro, così da poter guardare al quadro generale, alle relazioni fra le varie attività e scegliere i collaboratori nel modo migliore.

Lavori bene anche sotto pressione? Potresti essere un ottimo imprenditore

Nonostante la “capacità di lavorare bene sotto pressione” sia spesso inserita fra le caratteristiche desiderabili nei candidati per quasi tutti i lavori dipendenti, a trarne il massimo giovamento è chi sceglie di lavorare in proprio. Non importa quanto il vostro capo sia stressante e opprimente ai limiti del mobbing (e il mio lo era, credetemi): non c’è stress che possa competere con quello di chi lavora direttamente per i propri clienti. Per quanto intollerabile possa essere un datore di lavoro, il dipendente ha un orario di inizio e un orario di fine del lavoro e, al termine della propria giornata, può dimenticarsi completamente delle proprie responsabilità professionali, perché è suo diritto farlo. Chi lavora in proprio non ha questa opzione: non esiste tempo veramente libero, perché tutte le incombenze amministrative che restano da svolgere dopo la fine del lavoro vero e proprio lo aspettano a fine giornata e lo riguardano direttamente. Chi trova stimolante il fatto di avere un pungolo costante anche durante i momenti di relax e di svago, ha ottime possibilità di diventare un buon imprenditore.

Conclusioni

Ci sono, ovviamente, anche caratteristiche meno insolite attribuibili a entrambe le categorie. Per lavorare in proprio, per esempio, aiuta una certa attitudine alla pianificazione e all’ascolto, nonché la capacità di prevedere le conseguenze a lungo termine di ogni azione. Per un dipendente contano invece di più doti come l’affidabilità e la capacità di portare a termine un compito seguendo le direttive e i metodi previsti. In questa analisi ho ignorato volutamente sia le differenze fra imprenditori e freelancer – focalizzando l’attenzione su quanto le due categorie abbiano in comune – sia le oggettive difficoltà legate alle diverse collocazioni fiscali, soprattutto in questo periodo di grandi cambiamenti. Alla base di qualsiasi scelta pratica, tuttavia, scegliere il percorso più adatto alla propria attitudine è probabilmente il modo migliore per mettersi nelle condizioni di affrontare gli inevitabili ostacoli con lo spirito giusto.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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