Team Building

È meglio lavorare in team o da soli? Scopri cosa fa per te

lavorare in team da soli
Scritto da Angela

Su questo blog ho parlato spesso dei pregi e delle dinamiche del lavorare in team, di come la divisione dei compiti e la capacità di delegare possano giovare alla produttività e, naturalmente, dell’importanza del team building. Sarebbe poco realistico, tuttavia, supporre che questo sia il modo in cui tutti lavorano: la realtà degli ultimi anni si è sempre più frammentata in una galassia di professionisti che, per scelta o per necessità, lavorano da soli spesso rinunciando a specializzarsi su un solo compito per seguire interi progetti. Naturalmente è raro, se non impossibile, che un progetto di ampio respiro sia gestito da un solo individuo, ma questo non vuol dire che far parte di una squadra di grandi dimensioni sia sempre o necessariamente meglio che fare da sé. Per una volta, quindi, riconosciamo i pregi del lavorare da soli, del fare squadra a sé e del non doversi coordinare con nessuno. È un’esperienza che, almeno una volta nella vita, fa bene provare, anche se non per tutti è la strada giusta. Fare da sé a volte – non sempre – funziona.

Spirito di iniziativa e senso di responsabilità – in team come in caserma?

Nel pacchetto delle frasi fatte della mia generazione, insieme alle mezze stagioni che non ci sono più e alla indiscussa professionalità di Pippo Baudo, c’è quella secondo cui “il militare, comunque, serviva a crescere”. L’idea è che la prima esperienza di un ragazzo lontano dal comfort della famiglia servisse a sviluppare il senso di autonomia e la capacità di cavarsela. Ecco, lavorare in proprio anche per poco, anche su un solo progetto, è un po’ l’equivalente professionale di questa mitologica esperienza formativa, ma senza l’inconveniente del bullismo e della cattiva cucina. Quando si lavora in team, ci si può adagiare nella consapevolezza del proprio ruolo, al quale sono assegnati compiti specifici. Questo vuol dire che si ha una chiara idea di ciò che ci compete e ciò che invece esula dalle nostre responsabilità. Non a caso, una delle frasi più frustranti che chi dirige un team può sentirsi dire è “non è compito mio“, specialmente se l’affermazione risponde a verità. Sapere che le proprie responsabilità sono limitate a una parte del progetto può incoraggiare un atteggiamento miope e una prospettiva che si ferma alle proprie competenze. Chi si fa carico di un intero progetto, invece, non può permettersi di non avere una visione globale né delegare la responsabilità delle scelte operative. Non è detto che chi ha lavorato da solo e poi si ritrova a far parte di un team ambisca per forza a una posizione di leadership, ma di certo chi ha fatto questa esperienza tende in seguito ad avere un senso di responsabilità che trascende il proprio ruolo e a tenere sempre in considerazione la totalità del progetto.

Problem solving: chi non nuota, annega

Il problem solving, di solito, fa parte della stessa lista di caratteristiche umane nelle quali è inserita la “capacità di lavorare in team” all’interno di un curriculum. Eppure le due cose non sono necessariamente collegate, perché la condizione ideale per sviluppare il problem solving è proprio l’assenza di un team. Quando si lavora da soli, la frase “non è un mio problema” non è contemplata. Tutto è un tuo problema, indipendentemente dal fatto che tu abbia le competenze per risolverlo o meno. Questo vuol dire che il libero professionista senza un team alle spalle, inevitabilmente, acquisirà un’attitudine proattiva in tutte le situazioni e non sarà scoraggiato dal fatto di confrontarsi con ambiti nuovi, partire da zero, acquisire e mettere in atto competenze in pochissimo tempo. Non avere alle spalle un team, con una divisione di ruoli ben definita e competenze specialistiche, mette un professionista nelle condizioni di farsi carico dell’intero processo, dalla strategia all’operatività, contando solo sulle proprie forze. Questo vuol dire forse che si debba sempre saper fare tutto? Niente affatto, ma lavorare da soli aiuta anche a conoscersi: non c’è modo migliore per valutare le proprie debolezze e i propri punti di forza che mettersi alla prova senza avere un piano B.

Gufi e allodole – risparmiare tempo

Non tutti abbiamo lo stesso rapporto col tempo e in particolare con le ore della giornata. Io, per esempio, detesto con tutto il cuore lavorare oltre le primissime ore del pomeriggio, quando la mia produttività si riduce drasticamente. Dalle 14 circa e per il resto della giornata, posso svolgere compiti ripetitivi o di ordinaria amministrazione, ma non posso portare a termine niente che richieda pensiero o creatività ed è per questo che la mia giornata lavorativa inizia normalmente prima delle 7 del mattino. Questo, a quanto pare, fa di me un’allodola, ovvero un animale mattiniero. Per moltissimi colleghi gufi, l’imposizione di questi orari sarebbe una tortura inumana. Molti addirittura trovano ideale il lavorare a notte fonda, cosa che per me sarebbe assolutamente inconcepibile. Quando si lavora in team, inevitabilmente si deve arrivare a un compromesso e si tende a ricadere sulla giornata lavorativa standard – che, nella mia esperienza, in realtà non fa felice quasi nessuno, ma almeno ognuno si consola nella consapevolezza che anche gli altri stiano soffrendo. Poter lavorare esclusivamente al proprio ritmo presenta vantaggi enormi: la produttività si incrementa, con una conseguente risparmio di tempo ed energie. Naturalmente non tutti i progetti permetteranno di lavorare esclusivamente nelle ore che si preferiscono – per esempio, non ci crederete, esistono perfino clienti che richiedono riunioni e conference call dopo le 5 del pomeriggio e non vengono denunciati per violazione dei diritti umani. Quando si riescono a coniugare le proprie necessità con le esigenze del cliente, tuttavia, il raggiungimento del nirvana è praticamente assicurato.

Ma non è stressante fare tutto da soli senza un team?

Sì, ma anche no. Questa risposta potrebbe farvi infuriare, ma è la più onesta che si possa dare a questa domanda. Naturalmente c’è un elemento di grande stress nella responsabilità di gestire un progetto da soli, senza alcun supporto. Probabilmente, in qualche momento di particolare sconforto, potreste sentire la mancanza di un team con il quale condividere la pressione psicologica della deadline che si avvicina. Se siete molto sfortunati, però, potrebbe capitarvi uno di quei team nei quali la tensione non si condivide, ma si moltiplica. Vi siete mai trovati dentro a una stanza con un gruppo di altre persone in preda allo stress e all’ansia per una consegna da portare a termine? Lo stress può raggiungere livelli pericolosi in tempi molto brevi, specialmente se le cose non stanno andando per il verso giusto. Una controindicazione del lavoro in team – se si tratta di un team disfunzionale – è la corsa a evitare le responsabilità di un fallimento. Chi lavora da solo non può biasimare altro che se stesso. E credetemi, anche volendo, è impossibile farlo per più di un paio di giorni e in generale si fa molto meno chiasso.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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