Formazione

Le 4 domande da porsi prima di lasciare un lavoro

lasciare il lavoro
Scritto da Angela

Per lenire lo shock del rientro al lavoro dopo le vacanze, potreste scegliere di farvi qualche domanda sull’opportunità di licenziarvi. In un momento di grande incertezza per il mercato del lavoro, di precarietà e di crisi, che rendono sempre più difficile trovare un’occupazione, potrà sembrarvi paradossale un articolo sui vantaggi del lasciare il proprio lavoro quando si ha la fortuna di averne uno. Sta di fatto, tuttavia, che le conseguenze dell’accettare condizioni di lavoro che incidano negativamente sulla propria vita possono essere gravi almeno quanto l’assenza di un’occupazione. Questo articolo è ispirato a “fatti realmente accaduti”, ovvero al mio vecchio lavoro, quello che mi ha trascinato al meeting peggiore della mia vita. Col senno di poi, al mio capo di allora va riconosciuto il merito di avermi fornito il tipo di materiale con il quale Paolo Villaggio scrisse il libro che diede inizio alla saga di Fantozzi. Conoscendolo (il mio ex capo, non Paolo Villaggio), se sapesse di essere il soggetto di una serie di articoli, probabilmente mi chiederebbe i diritti. Qualora vi capitasse di trovarvi intrappolati in un lavoro che vi rende estremamente infelici, ecco quattro domande da porvi prima di firmare la lettera di dimissioni.

1. I soldi fanno la felicità?

Non si tratta di una domanda retorica, perché non stiamo parlando del denaro come concetto astratto e della felicità come concetto ancora più astratto. Il quesito potrebbe essere formulato più correttamente così: i vostri soldi fanno la vostra felicità? Un lavoro che non rispecchi a pieno le passioni individuali, di solito, è reso sopportabile da due cose: un ambiente professionale gradevole e uno stile di vita gratificante. Si può sopravvivere anche con uno solo di questi due elementi, ma se mancano entrambi è difficile conservare la salute mentale. Ecco un rapido test: elencate cinque spese, fatte nell’ultimo anno, che vi abbiano autenticamente soddisfatto. Se la vostra memoria ha appena prodotto un messaggio di errore 404; se – come capitava a me – non riuscite a richiamare alla mente un singolo acquisto, dal regalo di compleanno per una persona cara al weekend fuori porta, che sia stato davvero gratificante; se, tolta la sussistenza, il vostro stipendio viene speso nel tentativo compulsivo di dare un senso al fine settimana che avete atteso spasmodicamente e se la sola idea di progettare a lungo termine vi riempie di angoscia, forse dovreste considerare l’ipotesi di cambiare lavoro.

2. Corporate culture: se la vostra azienda fosse un essere umano, vorreste frequentarla?

Non tutte le aziende sono colossi senza volto e senz’anima: alcune hanno una personalità ben definita. E in alcuni casi si tratta del tipo di personalità con la quale non vorreste prendere nemmeno un caffè. Se la mia vecchia azienda fosse stata un essere umano, sarebbe stato probabilmente il tipo di uomo di mezza età che noleggia una macchina sportiva per andare in vacanza a Montecarlo, spende 50 € per un White Russian, fa apprezzamenti volgari sulle donne presenti e poi tornare a casa dicendo alla famiglia di essere stato in viaggio per lavoro. Le aziende funzionano in base a processi definiti, ma questi processi sono sempre ispirati a una cultura che spesso comprende altri valori oltre al mero perseguimento del profitto. Se questi valori vi risultano sfuggenti o, al contrario, vi sono perfettamente chiari e non li condividete, probabilmente vi trovate nel posto sbagliato.

3. Esiste almeno un aspetto del vostro lavoro che vi appassioni?

Non sempre si sceglie o si trova un lavoro che rispecchi le proprie passioni e, in qualche caso, è anche meglio così, ma un conto è non avere il lavoro dei sogni, un altro è svegliarsi ogni mattina e ritrovarsi a vivere un incubo. Se passione ed entusiasmo non fanno mai parte del vostro vocabolario, se nessun aspetto della vostra attività professionale vi risulta stimolante o vi aiuta a migliorarvi, ad acquisire nuove capacità e competenze utili, a progredire o almeno a tornare a casa con un vago senso di soddisfazione per i risultati ottenuti, forse è il caso di cominciare ad aggiornare il curriculum. Non si può vivere troppo a lungo dissociandosi mentalmente da quello che si fa. Per esempio – un esempio del tutto casuale – se il vostro briefing di vendita recita “spenna il pollo e scappa” e voi non siete individui moralmente infimi, accettate metà del consiglio e scappate, possibilmente verso un altro impiego.

4. I vostri colleghi e il vostro capo sono più simpatici dei compagni di cella che vi spetterebbero se domani faceste una strage in ufficio?

Nel mio caso la risposta era inevitabilmente no. I pochi colleghi dall’aspetto vagamente umano tendevano a sparire negli anni, perché si licenziavano oppure si adeguavano alla mentalità aziendale dominante. Il mio capo sembrava uscito da un documentario su come diventino, da adulti, quelli che in quinta elementare picchiavano i bambini di prima. Il suo approccio alla motivazione consisteva nel chiamare i dipendenti cinque o sei volte al giorno e urlare insulti, accusando ognuno di essere l’elemento più improduttivo dell’azienda e minacciando ritorsioni che andavano dal licenziamento alla ghigliottina. Era molto democratico: lo faceva con tutti. Il suo particolare stile di mobbing prevedeva, naturalmente, la personalizzazione del messaggio per ogni dipendente, in modo da portare l’attacco sempre su un piano squisitamente personale. In linea di massima, se la vostre risposte alle domande precedenti sono state tutte negative, tutto sommato potreste anche non licenziarvi se non avete ancora un piano B, ma se anche tutti gli altri aspetti del vostro lavoro fossero idilliaci, una situazione come quella appena descritta non va mai accettata. In un mondo ideale bisognerebbe denunciare il bullo e tenersi il lavoro, ma siccome non viviamo in un mondo ideale, potreste trovarvi nell’impossibilità di agire e nella necessità di scegliere fra il lavoro e la salute. E la salute, ve lo garantisco, peggiora a vista d’occhio quando si sceglie di restare a lavorare in un ambiente malsano.

Conclusioni

Non tutti possono permettersi di lasciare un lavoro nel quale si sentono frustrati o infelici. È ovvio che, prima di prendere questa decisione, occorre assicurarsi di avere un piccolo paracadute per affrontare la fase di transizione o addirittura un altro lavoro già assicurato, soprattutto se si hanno obblighi familiari o finanziari di qualsiasi genere. Molti lasciano il lavoro dipendente per mettersi in proprio, il che richiede un calcolo accurato dei rischi che si corrono. Una volta soddisfatte queste condizioni, se avete risposto “no” ad almeno tre delle domande di cui sopra (o anche solo all’ultima), potrete concedervi la gioia irripetibile di vivere la seguente scena.
Roma, luglio. Entro nel parcheggio dell’ufficio, scendo dall’auto in t-shirt e jeans, portando con me non la consueta borsa, ma una scatola di cartone contenente tutto il materiale necessario per il mio lavoro. Entro dalla scala antincendio, senza timbrare, mi fermo sul pianerottolo dove il capo e una manciata di colleghi in giacca e cravatta – con 30° – erano usciti a fumare, deposito lo scatolone ai piedi del capo.
“E tu dove credi di andare?” Mi chiede
“Al mare”.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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