Interviste

Mealsaver: l’app che rivoluziona gli sprechi alimentari – Intervista a Mai Goth Olesen

Mai Mealsaver
Scritto da Angela

La prima volta che ho sentito parlare di Mealsaver, ho pensato che fosse un’idea assolutamente geniale. Dopo aver scaricato e utilizzato l’applicazione, la mia opinione si è modificata: quest’idea non è solo geniale, è necessaria e fatico a capire perché non sia la prassi in tutto il mondo. Il principio di Mealsaver, è semplice: i ristoranti (ma anche i caffè e le panetterie) che hanno una cucina propria, sono in grado di prevedere, di giorno in giorno, quanto cibo avanzerà alla fine del servizio. Nella maggior parte dei casi, a meno che non si organizzino per donare il cibo avanzato, finiscono per gettare via e quindi sprecare un sacco di cibo, spesso di ottima qualità. Un ristorante convenzionato con Mealsaver può indicare, di giorno in giorno, una certa quantità di cibo che prevede di non aver venduto entro l’orario di chiusura e rivenderlo agli utenti dell’app per un prezzo molto ridotto. L’utente, dal canto suo, individua sull’app quali ristoranti nella sua zona hanno dei generi alimentari da offrire e va a ritirarli presso l’esercizio all’orario indicato. Nella vita del giovane berlinese, questo si traduce nella possibilità di accaparrarsi due enormi porzioni di sushi per la ridicola somma di due Euro. Sull’onda dell’entusiasmo, sono andata a trovare i fondatori di Mealsaver nella sede della loro neonata startup a Neukölln e ho intervistato Mai, l’ideatrice del progetto. Un piccolo spoiler: se in Italia ci fossero imprenditori o startuppers disposti a lanciare una versione nostrana di Mealsaver, lei ne sarebbe davvero felice.

A differenza di Airbnb, che ha abbassato i prezzi delle sistemazioni turistiche danneggiando il mercato immobiliare, questo progetto non danneggia nessun mercato: porta solo effetti positivi.

Noi siamo la versione “buona”!

Puoi spiegarci come è nata l’idea di Mealsaver?

Mai MealsaverIo vengo da un paesino nel nord della Danimarca e sono cresciuta vedendo i miei genitori che coltivavano l’orto. Passavano un sacco di tempo a curarlo e coltivavano verdure, così in estate non avevamo bisogno di acquistare molto cibo per la famiglia. Crescendo, ho studiato ingegneria ambientale a Copenaghen e ho iniziato a interessarmi alla pratica del dumpster diving (la scelta etica di non acquistare cibo, ma recuperare il cibo ancora buono che viene buttato via dai supermercati o dai ristoranti N.d.R.) e ho iniziato a pensare che fosse una follia gettare via tanto cibo. Quando sai esattamente il tempo che ci vuole a far crescere un pomodoro, è davvero triste vederne a migliaia, in perfette condizioni, in un cassonetto. Una volta abbiamo trovato addirittura 250 bottiglie di vino rosso. Le avevano buttate via semplicemente perché il supermercato non le aveva più in stock. Trovavo davvero angosciante che si gettasse via tanta roba buona, avrei voluto portare tutto quello che trovavo a casa e organizzare cene con i miei amici. E poi sono venuta in Germania e ho scoperto una splendida organizzazione chiamata Food Sharing, che era una versione molto più organizzata del nostro dumpster diving, nel senso che il cibo veniva raccolto prima di essere buttato via, il che è molto più sano e più piacevole. Mi piaceva moltissimo l’idea di poter andare al supermercato e prendere il cibo prima che venisse buttato. Ma era anche difficile: il cibo da prendere è tanto, occorre organizzarsi e addirittura passare un test per accedere al servizio. Io desideravo creare qualcosa di facile, che tutti potessero usare anche senza essere esperti di sprechi alimentari. A tutti piace avere buon cibo a buon mercato. Inoltre volevo che anche le persone comuni si rendessero conto della gravità del problema degli sprechi alimentari. Molti degli utenti che comprano tramite la nostra app probabilmente lo fanno perché trovano grandiosa l’idea di avere il sushi a due Euro, ma prima o poi iniziano a pensare anche agli sprechi e al cibo che normalmente viene gettato via.

Come avete trasformato questa idea in un business? Vi siete rivolti a un incubatore o a un bootcamp?

Berlino è una città molto aperta alle startup sociali e ci siamo sentiti i benvenuti fin da subito. Una società chiamata Social Impact Lab ci ha dato gratuitamente uno spazio in cui lavorare. E non avevamo neanche bisogno di molto denaro per vivere, visto che le nostre provviste venivano da Food Sharing. Più avanti è arrivata Ananda, una social venture che ci supporta perché ciò che facciamo ha appunto una valenza sociale. Ci sostengono già da un po’ e grazie a loro abbiamo potuto creare l’app e la piattaforma, trovare i primi ristoranti e pagare i nostri dipendenti.

Come hanno reagito i ristoranti? Hanno gradito l’idea?

Io pensavo sarebbe stato difficile e che non volessero ammettere di avere degli sprechi, invece sono stati entusiasti: in un solo mese hanno aderito 150 ristoranti. È stata una sorpresa, perché mi aspettavo che fosse tutto più complicato. Invece li abbiamo approcciati chiedendo se volessero vendere il loro surplus alimentare al pubblico tramite la nostra app e la loro reazione è stata entusiasta. D’altra parte sono stanchi di essere costretti a gettare via il cibo e naturalmente sono contenti di poter guadagnare qualcosa in più.

In Europa, nello scorso anno, sono state approvate due leggi importanti sugli sprechi alimentari, in Francia e in Italia. Com’è la situazione in Germania, dal punto di vista legale? Esiste un obbligo per i ristoratori di donare il cibo che non riescono a vendere?

Mealsaver LogoIn Germania ci sono moltissime regole. Per esempio è vietato vendere o anche regalare il cibo all’interno del ristorante dopo l’orario di chiusura. Questo obbliga moltissimi ristoratori a buttare via il cibo, perché dopo l’orario di chiusura non possono neppure regalarlo ai dipendenti. Inizialmente questo fatto ci aveva preoccupati ed eravamo prossimi a rinunciare, fino a quando abbiamo avuto l’idea di limitare le transazioni a pochissimi minuti prima dell’orario di chiusura. In questo modo, dal punto di vista strettamente legale, noi stiamo vendendo del semplice cibo a portar via, ma di fatto stiamo vendendo quello che altrimenti sarebbe uno spreco alimentare. So che si sta discutendo una legge simile a quella francese. Se passasse, per un progetto come il nostro sarebbe ancora più facile attrarre ristoranti disposti a partecipare.

Avete intenzione di esportare il progetto in altri paesi?

Io credo nel fare le cose in modo sostenibile e non troppo in fretta. Ma vedrei benissimo la possibilità di collaborare con qualcuno che avesse voglia di trasportare questo concetto nel proprio paese. Credo sia meglio procedere in questo modo, piuttosto che diventare troppo grandi da soli. Inoltre i paesi hanno leggi molto diverse fra loro, come per esempio la Germania e l’Italia, quindi non credo si possa semplicemente traslare il progetto così com’è. Sarebbe bene fare un’analisi approfondita del Paese e parlare con chi conosce la realtà nazionale. Poi ci sono anche le abitudini: voi tendete a mangiare più tardi dei Tedeschi. Tutte queste cose sono importanti ed è necessario saperle prima di avviare un progetto. Bisogna anche sapere quanto spreco esiste in un Paese. Per esempio, in Germania si spreca il 40% del cibo prodotto nei ristoranti. Il business della ristorazione è così stressante che spesso uno chef, anche se è preoccupato per il problema, non ha tempo di interessarsene perché deve tenere un ritmo di produzione frenetico. Qui sono molto popolari i ristoranti a buffet e spesso sono aperti dalle 17 alle 22, ma chi arriva alle 21, ovviamente, non vuole trovare mezza insalata: vuole avere una scelta vasta e vedere il buffet pieno. Il nostro è anche un buon modo per spingere la gente a pensare che vedere un buffet stracolmo alle 21 vuol dire sapere con certezza che la maggior parte di quel cibo verrà buttato via. E allora, forse, non è così importante vedere i vassoi pieni se arriviamo alle 9 di sera, forse possiamo accontentarci di avere meno scelta.

Vedo che il vostro ambiente di lavoro è molto vivace e internazionale. Quante persone lavorano a Mealsaver?

Al momento siamo in quindici. Abbiamo molti incaricati che vanno a parlare con i ristoranti e li convincono a provare il servizio, il che per noi ovviamente è fondamentale. Abbiamo anche chi si occupa di analizzare la situazione, abbiamo un esperto di rifiuti alimentari che raccoglie di dati dai ristoranti per capire come aiutarli a ridurre la quantità di cibo in eccesso. E poi naturalmente abbiamo un settore marketing. All’inizio io pensavo che la cosa più difficile in assoluto fosse convincere i ristoratori, ma ho dovuto ricredermi e adesso ovviamente dobbiamo anche preoccuparci di farci conoscere. Avere una buona idea e non dirlo a nessuno è inutile.

Da quanto tempo esiste questo progetto?

Abbiamo iniziato a luglio del 2016, è un progetto appena nato. Per ora siamo presenti solo a Berlino, dove abbiamo un network di ristoranti molto fitto, ma stiamo per iniziare anche su Amburgo, dove abbiamo già 50 ristoranti pronti a partire. Dopo di che vogliamo espanderci nel resto della Germania, perché ci sono tantissimi ristoranti che ci contattano. Abbiamo capito che c’è una necessità, quindi siamo pronti a partire.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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