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Perché la beneficenza di Zuckerberg non è una favola di Natale

mark zuckerberg
Scritto da Angela

In una lettera aperta alla figlia appena nata, Mark Zuckerberg ha dichiarato l’intenzione, condivisa con la moglie Priscilla Chan, di investire, da ora e per il resto della vita, il 99% dei propri profitti derivati da Facebook in progetti di beneficenza. Sembra una favola di Natale, giusto? In realtà non lo è. O forse sì. O più probabilmente no. Quando si parla di investimenti multimiliardari niente è mai come sembra e tutte le nostre possibili reazioni rientrano in un cliché. C’è il cliché dell’ottimista, che plaude allo sforzo filantropico di chi vuole usare la propria fortuna per aiutare gli altri. Questo atteggiamento, va detto, si applica poco al naturalmente antipatico Zuckerberg e funziona al meglio con figure carismatiche ai limiti del messianico, come Steve Jobs. C’è poi il cliché del cinico, che ne sa di più, che ha letto più blog indipendenti dalle fonti oscure e che concluderà con toni di dolente superiorità che “è una trovata pubblicitaria” o “è un trucco per non pagare le tasse”. I fatti, che languiscono dimenticati in un angolo, surclassati dalle opinioni soprattutto grazie a Facebook, ci dicono che la verità potrebbe stare nel mezzo, per quanto leggermente sbilanciata a favore dei cinici.

Per capire esattamente in che cosa consista il progetto di Mark Zuckerberg occorre partire da un’attenta traduzione dei comunicati originali. Su molte testate italiane è stato scritto che il fondatore di Facebook intende devolvere il 99% dei suoi guadagni presenti e futuri in beneficenza. Questo riassunto dei fatti ci fa pensare che Zuckerberg si sia trasformato improvvisamente in Babbo Natale e che abbia deciso di prendere 45 miliardi di dollari e regalarli ad associazioni benefiche di varia natura. Le cose non stanno così. Quello che i coniugi Zuckerberg si apprestano a fare è fondare un’impresa (e non un’associazione), la Chan Zuckerberg Initiative, che si occuperà di progetti di interesse sociale. I fini di questa impresa sono tanto nobili quanto vaghi (far progredire il potenziale umano e promuovere l’uguaglianza) e si concentrano, per il momento, su tre macro-settori: la ricerca medico-scientifica, l’istruzione e la lotta alle discriminazioni.

Nel testo della lettera, Zuckerberg si dilunga sull’importanza di garantire a tutti le stesse possibilità indipendentemente dalle condizioni di nascita, dell’uguaglianza e della non discriminazione all’interno delle comunità, di internet come strumento di emancipazione, della ricerca scientifica come mezzo per allungare e migliorare la qualità della vita e di sistemi di apprendimento che valorizzino le inclinazioni e gli interessi di ogni studente. Tutti questi punti sono importantissimi ed è praticamente impossibile non condividerli. Che cosa ha generato, a fronte di questo intento umanitario, le diffuse perplessità intorno all’iniziativa?

A risultare insolito è in primo luogo il fatto che Zuckerberg e Chan abbiano fondato una LLC (Limited Liability Company), ovvero una società vera e propria che, a differenza di un’organizzazione non-profit, non ha l’obbligo di devolvere una certa somma ogni anno a progetti benefici, può investire in imprese produttive e commerciali e può “partecipare al dibattito pubblico”, il che si traduce nella possibilità di offrire supporto economico a organizzazioni politici e candidati, lobby e gruppi di pressione politica. I coniugi Zuckerberg assicurano che tutti i profitti della compagnia saranno reinvestiti in progetti di interesse sociale e rivendicano l’importanza non solo di donare alle cause meritevoli, ma di investire in progetti anche commerciali che facciano avanzare il progresso tecnologico, scientifico e sociale. Una LLC, inoltre, pur non godendo dei vantaggi fiscali propri delle organizzazioni non-profit, può comunque fruire di sgravi considerevoli, subordinati all’entità delle sue effettive donazioni benefiche.

Volendo spezzare una lancia a favore di uno degli under-40 più odiati del pianeta, si potrebbe ricordare che, nel 2010, la coppia ha donato 100 milioni di dollari al sistema scolastico pubblico di Newark, ma l’iniziativa è stata ampiamente criticata perché una larga parte dei fondi sarebbero stati assorbiti da consulenze di vario genere, minimizzando l’impatto positivo sulle scuole coinvolte. Non è difficile dedurre che, a fronte di una simile debacle, un multimiliardario interessato a utilizzare una parte del proprio capitale per scopi benefici possa desiderare di avere un maggior controllo su come effettivamente vengono spesi i fondi.

Difficile non essere d’accordo, così come è difficile non condividere l’idea che si possa fare del bene finanziando imprese innovative, oltre che regalando fondi a cause benefiche. Non volendo spezzare altre lance a favore di Zuckerberg, che ha avvocati e responsabili della comunicazione a sufficienza per questo scopo, si potrebbe tuttavia obiettare che per realizzare il desiderio di far progredire la società e garantire un futuro migliore ai propri figli ci sono modi più semplici, per esempio pagare le tasse.

Non vorrei cadere nel cinismo becero e speculare sul fatto che la figlia di Zuckerberg avrà probabilmente un futuro più roseo della media in ogni caso, ma risulta difficile, in questo momento, non ricordarsi di come, nel 2012, Facebook abbia messo in atto gli stessi stratagemmi offshore per i quali Google era finita nell’occhio del ciclone, allo scopo di ridurre i propri oneri fiscali. Questi stratagemmi includevano la costituzione di società sussidiarie in nazioni dai regimi fiscali più leggeri di quello americano, come l’Irlanda, ma anche in veri e propri paradisi fiscali, come le Isole Cayman.

Se da un lato a tutti piace pensare che la ricchezza sfrontata di alcuni venga redistribuita per puro spirito filantropico, occorre anche ricordare che non si dovrebbero affidare servizi fondamentali, come l’istruzione e la sanità, al buon cuore di un Mark Zuckerberg di passaggio: è per questo che esiste il welfare. E quindi la vera domanda è: se il fondatore di Facebook sente questo bisogno insopprimibile di fare del bene alla società, perché privarsi del 99% dei propri introiti reinvestendoli in un’impresa che potrebbe essere benefica (potrebbe, ma non è tenuta a esserlo) e non limitarsi a restituire una percentuale assai più piccola del proprio utile in forma di tasse?

Nella sua lettera aperta, Zuckerberg ha lodato “tutti i membri della community di Facebook” perché hanno contribuito al progresso e al miglioramento della società. Io ho aperto la mia cartella “Altri” e ho contemplato alcune delle foto e dei messaggi che più o meno tutte le utenti del social network ricevono con una certa regolarità. Mi chiedo se Zuckerberg si riferisse anche a loro.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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