Formazione

Perché non dovreste avere paura di sbagliare

sbagliare
Scritto da Angela

Sbagliando s’impara e l’importante è partecipare sono due frasi che sentiamo spesso da bambini e la cui frequenza si dirada man mano che andiamo avanti con gli anni, fino a quando non siamo noi stessi a tramandare alle generazioni successive queste perle di saggezza sull’importanza di sbagliare. Potrebbe quasi venire il dubbio che siano due sfrontate bugie che diciamo ai più piccoli per ritardare il momento nel quale capiranno che gli errori si pagano e anche piuttosto cari. Ma come, non abbiamo parlato poco tempo fa dell’importanza del fallimento? Il punto è che fallire è un’esperienza globale, anche catartica, ben definita, mentre sbagliare è uno stile di vita. Sbagliare vuol dire essere sistematicamente non particolarmente bravi a fare ciò che si sta facendo. Fallire implica l’aver tentato di fare qualcosa, è quasi un concetto eroico. Sbagliare o anche semplicemente non eccellere in un lavoro, è assai meno epico. L’imprenditore che scommette tutto su una visione può fallire, l’impiegato mediocre sbaglia. La triste verità è che, dovendo scegliere, tutti vorrebbero essere l’imprenditore che ha provato a creare qualcosa, ma molti si ritrovano a essere l’impiegato che non ha capito bene come fare il suo lavoro. E, indovinate un po’, va bene così. Ecco perché.

Premessa (accertatevi di essere fra quelli che possono sbagliare)

Chiariamo subito l’ovvio: non tutti possono permettersi di sbagliare. Io, per esempio, posso fare qualche sciocchezza qua e là, posso inserire un link che non funziona, accorgermene, vergognarmi un po’ e poi correggere senza che nessuno si sia fatto male. Se avete un lavoro “vero”, di quelli che si leggono nel sussidiario delle elementari, come progettare ponti o occuparvi della salute altrui, mi dispiace, voi non potete sbagliare. È per questo che voi restate all’università per decenni e noi no. Sentitevi liberi di smettere di leggere e fare qualcosa di più utile, nella certezza che la società vi è grata e che il mondo gira intorno a voi e non vi perdonerà mai nessuno scivolone. Per tutti gli altri: rilassatevi, noi siamo quelli che se la passano benissimo, perché le conseguenze dei nostri errori riguardano quasi solo noi. Non vi sentite già molto più leggeri?

La trappola della perfezione

C’è un detto nell’industria musicale, che si adatta in realtà a molti altri settori: ci vogliono dieci anni per creare un successo dal giorno alla notte. Questa mentalità si applica in molti ambiti e ha a che fare con il marketing molto più che con la sostanza. Affinare l’arte della presentazione ci ha allenato a vedere sempre e solo il risultato finale di ogni lavoro. C’è un senso, ovviamente: quando leggiamo un libro, per esempio, quella che leggiamo è l’ultima stesura, così come di un film vediamo il montaggio finale. Soltanto gli appassionati di un particolare autore si interessano alle bozze e agli scarti del lavoro finito o alle scene tagliate che finiscono nei contenuti extra del dvd. Si può dire lo stesso di molti lavori che non finiscono sotto i riflettori. Quando ci troviamo di fronte a un risultato perfetto spesso ci sentiamo scoraggiati, perché riteniamo di non poter competere. Quello che dimentichiamo è che quel risultato è frutto di un processo e che se cerchiamo di ottenerlo senza aver affinato le nostre abilità, siamo destinati a restare delusi.

La differenza fra sbagliare e sbagliare in pubblico

Quello che nessun adolescente capisce è che, da adulto, sentirà la mancanza della scuola e non per i motivi che ha letto ne Il giovane Holden. Quello che a tutti, segretamente, manca degli anni di scuola sono le brutte copie e i compiti per casa. Non perché ci piacesse riscrivere più volte lo stesso compito, ma perché solo quando è troppo tardi ci rendiamo conto di che grande privilegio sia la possibilità di commettere errori in privato, fare più tentativi e poi consegnare solo la versione migliore che si riesce a produrre, nella consapevolezza che nessuno saprà mai quante sciocchezze abbiamo prodotto nel chiuso della nostra cameretta. Sul lavoro questo non succede se non in rari casi e l’imbarazzo che ne consegue può avere una forza devastante. Curiosamente, anche nell’età adulta vale quello che ci dicevano da ragazzi: il mondo non gira intorno a te e a nessuno importa davvero se hai sbagliato o no.

Il mondo vuole vederti sbagliare

In molti casi, addirittura, chi ci circonda si aspetta di vederci sbagliare, per il semplice motivo che tutti, prima di noi, hanno sbagliato almeno qualche volta. Il motivo più importante per il quale è previsto che non tutti i risultati siano perfetti, però, è ancora più semplice: consegnare un lavoro imperfetto è meglio che non consegnare alcun lavoro. Correggere in corsa, aggiustare il tiro, prendere appunti dopo una bruciante delusione sono tutti passaggi formativi, che ci renderanno inevitabilmente professionisti migliori. Se non altro perché studiare una professione in teoria è sempre tutt’altra cosa che applicare le proprie conoscenze nella pratica. Aspettare di essere perfetti prima di cimentarsi in un’attività, quindi, è controproducente. In altre parole: lanciatevi e sbagliate. Per i cardiochirurghi che inavvertitamente abbiano continuato a leggere: non sto parlando con voi.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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