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Testati per voi

Testati per voi – Gamification: la produttività è un gioco

gamification
Scritto da Angela

Io provo un sacco di app, per voi. Per potervi raccontare quali strumenti miglioreranno la vostra vita lavorativa e quali sono solo delle perdite di tempo, distribuisco i miei dati a una quantità di compagnie in giro per il mondo e i risultati si vedono nel tipo di pubblicità imbarazzanti che google mi propone regolarmente. Capiamoci: ho provato Pokemon Go per un’intera giornata, per voi. Al momento però devo ammettere che sono piuttosto provata, perché questo ultimo Testati per Voi mi ha fatto perdere tre quarti della già scarsa fiducia negli adulti della mia specie. Andiamo con ordine: avevo pensato di proporvi un nuovo pacchetto di app per aumentare la produttività. Mi sembrava una buona idea: siamo a settembre, si torna al lavoro, tutti desideriamo imparare una volta per tutte a organizzarci, a non smettere di andare in palestra dopo due mesi e in generale a vivere meglio, giusto? E probabilmente un pacchetto del genere ve lo proporrò, tra un po’, visto che nel frattempo ho trovato diverse app eccellenti da quel punto di vista. Il problema è che, mentre cercavo e scaricavo titoli da testare “su strada” ho cominciato a imbattermi in un numero crescente di app “gamificate” e mi sono addentrata in questa foresta virtuale, capendo che la categoria meritava un articolo a parte, così che adesso mi tocca scriverne. La gamification, fino a questo momento, era rimasto uno di quei fenomeni di moda che preferivo ignorare e, nonostante riconosca che informarsi sia sempre meglio che restare all’oscuro dei fenomeni di massa, in questo caso stavo leggermente meglio quando non avevo ancora approfondito. Quindi adesso condividerò questo disagio con voi: non si sa mai che voi siate invece il tipo di persone alle quali la gamification può cambiare la vita. Se lo siete, sentitevi liberi di commentare e aiutare il resto di noi poveri mortali a capire come sia possibile funzionare meglio sul lavoro identificandosi con Gandalf.

Che cos’è la gamification

Voglio dare per scontato che fra voi ci siano anche persone comuni che non hanno idea di cosa io abbia scritto fin qui, dopo tutto la gamification era una novità anche per me fino a poco tempo fa, quindi cominciamo dal principio. Per gamification si intende la trasformazione di un’attività “seria” o comunque collegata alla sfera della quotidianità adulta in un gioco. Il principio è lo stesso di quando le nostre madri ci invitavano a fare il “gioco del rimettere a posto la stanza”, al termine del quale si vinceva un dolcetto o il diritto a guardare i cartoni per venti minuti in più. Solo che qui stiamo parlando di adulti che si automotivano a fare cose come andare a correre, fare telefonate di lavoro, portare fuori il cane, pagare le bollette, andare alle riunioni e cose del genere. La mia reazione iniziale, lo ammetto, è stata di leggero imbarazzo. Abbiamo davvero bisogno di una pacca sulla spalla se andiamo dal commercialista? D’altra parte, tutti utilizziamo meccanismi di motivazione per convincerci a fare cose che non ci piacciono. Ci promettiamo una pausa sigaretta solo alla fine della compilazione di un report, un bicchiere di vino in più se riusciamo a portare a termine una consegna in anticipo e cose del genere. Avendo capito quindi che la mia resistenza era non tanto al meccanismo motivazionale in sé, quanto alla natura infantile delle ricompense offerte, ho iniziato il mio viaggio nel mondo della gamification. Scoprendo nuove frontiere dell’imbarazzo.

Habitica: il grande classico

habitica gamification screenshotHabitica, anche noto come Habit RPG, è strutturato come il classico gioco di ruolo, con una grafica minimale. Il giocatore sceglie un avatar, che è poco più che un mucchietto di pixel assemblati in una grafica vintage stile 8-bit. L’avatar si struttura proprio come si fa con i normali RPG di ispirazione fantasy: si sceglie l’aspetto fisico ed è possibile aggiungere al proprio personaggio armi, accessori, sfondi, animali domestici o cavalcature. La differenza rispetto ai normali giochi di ruolo è che il gioco non progredisce portando a termine compiti predefiniti all’interno dell’app, ma portando a termine incombenze che ci si attribuisce da soli nella vita reale e poi confermando di averle effettivamente completate. Per ogni compito di valore positivo (completare un report, ripulire la casella di posta dallo spam, andare a correre) il personaggio guadagna denaro e punti esperienza. Per ogni azione di valore negativo (rimandare una telefonata, mangiare cibo spazzatura, pagare la bolletta del gas in ritardo) i punti vengono persi. Le monete possono essere utilizzate per acquistare delle missioni, che per essere completate non richiedono altro se non il completamento di un certo numero di task dal proprio elenco.

Giudizio

L’idea è anche carina, non dico di no. La grafica minimale funziona e l’interfaccia è semplice e intuitiva da usare, ma l’efficacia è quantomeno dubbia. Tralasciando il fatto che sia semplicissimo barare (ma questo vale per tutte le app che usano la gamification per interagire con la vita quotidiana), anche non barando e vedendo crescere il proprio punteggio in modo autentico, la motivazione risulta scarsa. Io so esattamente quanto possa essere noioso svuotare le 700 email non lette che mi invadono la posta in questo momento e nessun pupazzetto con un lupo in 8-bit riuscirà a farmelo dimenticare.

SuperBetter: super hippie, super imbarazzo

superbetter gamificationCominciamo con le cose importanti: la struttura di SuperBetter è ben disegnata. Alla base ci sono i compiti che si desidera portare a termine e le cattive abitudini che si desidera combattere, entrambi questi gruppi di azioni possono riferirsi a diverse categorie (azioni fisiche, mentali, emotive e così via). Le azioni possono essere organizzate in missioni e pacchetti, così da poter raggruppare tutte le singole azioni da compiere e cattive abitudini da evitare per portare a termine specifici progetti. Quando si completa un’azione si ottengono dei punti nelle categorie pertinenti ed è possibile salire di livello. La schermata “gratificante” dopo una missione compiuta non è neanche troppo imbarazzante. Perché, dunque, questa innocua app mi infastidisce tanto? Probabilmente per i preset. Fra le azioni predefinite per le quali dovrei sentirmi gratificata, a detta degli sviluppatori, ci sono cose come “bevi un bicchiere d’acqua” oppure “abbracciati”. Abbracciati? Ma perché mi devo abbracciare? E più ancora, perché devo ricevere i complimenti di un’app per essermi abbracciata? Ma soprattutto, perché dovrei comunicare ai miei amici – che l’app chiama “alleati” – che mi sono abbracciata? Perché naturalmente tutte le app che usano la gamification invitano gli utenti a condividere sui social i propri risultati, per restare motivati. Nel caso ve lo steste domandando, non ho portato a termine questa missione.

Giudizio

Una volta cancellati tutti i preset, volendo, è anche un’ottima app, forse la migliore dell’elenco. Il sistema è semplice ed essenziale, permette di organizzare le task in più progetti e si limita a festeggiare i risultati con punti, cuoricini e passaggi di livello. Una volta eliminato l’elemento hippie che considera bere bicchieri d’acqua e farsi le coccole come risultati da premiare in un adulto, potrebbe perfino essere l’app che continuerò a usare. Ho detto potrebbe.

Bloom: aumentare la produttività perdendo tempo

water mindbloom gamificationMindbloom è il brand che ha prodotto questa app, ma anche un’intera suite di app di questo tipo, solo che questa è l’unica che non vada in crash entro i dieci secondi di utilizzo o se si cerca di usare più di una funzione. Lo capite da soli che non è un buon inizio, ma il concetto alla base di Bloom riesce a peggiorare le cose. L’idea alla base di questa app è che associare ai compiti da svolgere degli stimoli audiovisivi positivi possa aiutare a creare delle associazioni “virtuose”, cosa che effettivamente funziona. Con i cani e i bambini sotto i 6 anni. Ho deciso comunque di dare una possibilità anche a Bloom e ho dato uno sguardo alle azioni predefinite e, sorpresa delle sorprese, in cima alla lista c’era “bevi un bicchiere d’acqua!”. La domanda a questo punto sorge spontanea: ma che problema hanno con l’acqua nella Silicon Valley? Si idratano solo con l’olio di palma e la coca-cola? Muoiono di sete nel deserto perché non c’è un’app che ricorda loro di bere? Estraggono liquidi direttamente dagli hamburger? Cliccando sulla task in questione parte un suggestivo quanto inutile slideshow con musica emozionale di sottofondo, nel quale mi si ricorda che l’acqua fa bene e poi mi si chiede se voglio che mi venga ricordato nuovamente che devo bere un bicchiere d’acqua e in quanto tempo. No, grazie, giuro che ho già attivato un eccezionale sistema di reminder per bere bicchieri d’acqua: si chiama sete. Ho perso un minuto della mia vita per farmi ricordare da un’app di bere acqua. Visto che ormai c’ero, ne ho persi 3 per creare una task lavorativa, ci ho aggiunto un paio di foto vagamente correlate prese dalla mia gallery personale e Bitter Sweet Symphony dei Verve. Poi ho completato la task (rispondere a una mail di lavoro) e ho perso altri trenta secondi per comunicare a Bloom che l’avevo fatto e per farmi dire brava da Richard Ashcroft. Ci sono anche altre funzioni, ma francamente non si sono meritate che io le testi. C’è un limite a tutto.

Giudizio

Inutile e pretenziosa.

Chore Wars: i lavori domestici in salsa fantasy

chore works gamificationLa mia teoria è che questa app online sia stata creata da qualcuno all’interno della dominante corrente di pensiero (originatasi negli USA) per la quale “adulting” ovvero “comportarsi da adulti” non è una condizione naturale di chi adulto lo è, ma un’opzione neanche tanto ovvia. Hai fatto il letto? Occorre immediatamente un sostituto della mamma che ti dica bravo e ti dia un premio, anche se hai 35 anni sei brizzolato. Questa particolare app sembra fatta apposta per una casa di universitari e questa potrebbe essere la sua salvezza. Mi spiego. L’interfaccia di Chore Wars ricorda molto da vicino quella dei giochi di ruolo fantasy prevalentemente testuali. Si scegli un avatar (io ho scelto un vecchio mago che ricorda molto Gandalf), si individuano alcune abilità principali (giardinaggio, lavare i piatti, fare la spesa) e poi si aumenta di livello e si guadagnano delle monete portando a termine queste e altre attività, alcune possono essere trovate direttamente nel programma, altre sono invece create dall’utente. La vera utilità sta nel fatto che questo strumento ha senso solo se lo si utilizza in gruppo, creando un proprio team. I membri del team possono vedere le missioni completate dai singoli membri e il denaro guadagnato. Il denaro può essere speso solo per ottenere non già oggettini virtuali per far aumentare il personaggio di livello, ma ricompense stabilite dal team nella vita reale. Per esempio, completare lavori domestici per l’equivalente di 200 monete d’oro può dare diritto a saltare un turno di lavaggio dei piatti. Ora, se non siete studenti universitari né genitori di bambini ai quale state insegnando a non diventare dei piccoli selvaggi, questo giochino può essere agilmente riconvertito in ambito lavorativo. Lavare i piatti può essere “pagare le bollette dello spazio di coworking” oppure “prenotare i voli per la trasferta aziendale” o ancora “rispondere alla mail del cliente più fastidioso” e le ricompense possono essere “il diritto a scegliere per primi il periodo di ferie” o “pause più lunghe per una settimana”.

Giudizio

Potrebbe essere l’app motivazionale ideale, a patto che il vostro ufficio sia composto esclusivamente da nerd con pochissimo senso del ridicolo.

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Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

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