Interviste

Uniwhere: la lezione di un giovanissimo imprenditore – intervista a Gianluca Segato

Gianluca Segato Uniwhere Intervista
Scritto da Angela

Ho incontrato per la prima volta Gianluca Segato alla cerimonia di premiazione per gli Italiani dell’anno 2016, all’ambasciata Italiana a Berlino. In queste occasioni si tengono sempre discorsi molto formali e non necessariamente appassionanti. Questo ventitreenne Veneto è riuscito ad affascinare il pubblico Italo-tedesco presente, parlando non tanto degli straordinari risultati professionali che ha ottenuto, ma dell’importanza della cornice Europea che ne ha permesso il raggiungimento. Gianluca è founder e managing director di Uniwhere, un’applicazione rivoluzionaria dedicata agli studenti universitari, che conta a oggi oltre 100.000 utenti. Dal 2014 a Berlino, Segato e i suoi soci lavorano per estendere il successo di Uniwhere oltre i confini nazionali.

Quando hai ricevuto il premio Italiano dell’anno, hai menzionato nel tuo discorso l’importanza di appartenere alla Generazione Schengen. Come mai questo elemento è stato così importante per te?

Quando si parla di Europa, io sono molto convinto e molto idealista. Mi sono trovato nella condizione straordinaria di parlare di fronte a un pubblico sia Italiano che Tedesco, in un luogo istituzionale: non aveva senso vantarsi e basta. È particolarmente simbolico: ci troviamo in una città piena di storia, in un momento storico importante. Tutti i movimenti populisti che credevamo finiti, sono riemersi nel 2016. Berlino dovrebbe insegnare molto al mondo sui rischi che si corrono quando si sceglie di andare verso la chiusura. A noi interessava sottolineare questo aspetto, perché noi non potremmo essere qui se non fosse per il fatto che io posso andare e venire da Venezia ogni 3 settimane senza visti né passaporto, come se andassi a trovare mia nonna in un’altra città. Non è vero che “noi giovani” non siamo interessati a queste cose, ma spesso le diamo per scontate. Una cosa che ho notato è che il contrasto culturale, per esempio fra Tedeschi e Italiani, lo sento più forte quanto più c’è differenza d’età fra me e il mio interlocutore. Quando parlo con ragazzi della mia generazione non sento quest’opposizione. Si parte dalla convinzione che ci siano delle differenze culturali e storiche, ma non se ne fa un punto determinante all’interno della conversazione. Io sono io, tu sei tu, parliamo, troviamo un accordo, ognuno cerca di capire come pensa l’altro. Per cui mi sento di dire che la mia generazione ha fatto sua l’Europa, al punto tale da darla per scontata. Mi sembra di poter dire che ci sono due filosofie: chiusura e apertura. sono due reazioni comprensibili. La chiusura è una risposta normale quando si ha paura, ma a certe cose non si può rispondere di pancia, altrimenti ci si fa del male e basta.

Parliamo di Uniwhere: come funziona e come siete finiti a Berlino?

Uniwhere è un’applicazione per smartphone, disponibile solo su cellulare, che dà la possibilità agli studenti di entrare in contatto gli uni con gli altri. L’idea di fondo da cui siamo partiti è che in questo momento manca uno strumento tecnologico a disposizione della comunità universitaria. Ci sono mille piccoli strumenti che però non sono dedicati agli studenti. Se voglio trovare casa c’è AirBnb, se voglio svagarmi apro Facebook, ma una piattaforma solo per gli studenti non c’era e noi l’abbiamo creata. Dal punto di vista pratico, questo significa che lo studente, utilizzando Uniwhere, ha la possibilità di tenere sotto controllo tutta la sua carriera universitaria e la sua performance, capire in che direzione sta andando accademicamente, ha sotto controllo tutti i suoi voti, può monitorare gli impegni, come esami e scadenze, e ha a disposizione una serie di strumenti statistici per analizzare i suoi risultati. Inoltre può entrare in contatto con tutti gli studenti che stanno seguendo i suoi stessi corsi o che hanno gli stessi suoi interessi accademici. Non è come iscriversi a un gruppo su Reddit o a un canale Youtube: ci concentriamo sulla possibilità di entrare in contatto con studenti con gli stessi interessi all’interno della stessa università. In futuro vogliamo mettere in contatto gli studenti di università diverse. La comunicazione interuniversitaria, in questo momento, è assolutamente impossibile. Io non ho modo di entrare in contatto con qualcuno che studia a Parigi o a Bari. In questo senso il prodotto risponde a un’esigenza che abbiamo rilevato personalmente: quella di superare le barriere nazionali. Siamo venuti a Berlino perché l’Italia ci stava stretta in termini di mercato. Siamo arrivati al punto in cui avevamo bisogno di crescere di più e di avere un respiro internazionale e qui ci sono i capitali adatti per dare respiro all’idea. E poi perché, come ho già detto, potevamo scegliere. Milano, Roma, Berlino? La scelta non era da “emigrati”, era “ok, Berlino ci offre più opportunità e la vita costa meno che a Miano, quindi andiamo a Berlino”. La cosa ha comportato le sue difficoltà, perché niente è semplice, ma siamo convinti di aver fatto la scelta giusta.

Vi siete serviti di qualche acceleratore, aggregatore o Bootcamp in particolare?

Siamo entrati nel programma di accelerazione di WestTech Ventures che si chiama Project Flying Elephant, che ci ha fatto da guida. Un programma di accelerazione serve per mettere in condizioni la startup di entrare nel mondo dei grandi. Noi avevamo la doppia difficoltà di doverlo fare in un altro stato, costruire tutto il network da zero, cominciare a entrare in contatto con una realtà nuova per noi. Da questo punto di vista Project Flying Elephant è stato cruciale, perché ci ha messo in contatto con le persone giuste.

In questo momento come stanno rispondendo gli istituti universitari al vostro progetto?

Al momento forniamo supporto agli studenti di 52 università Italiane, quindi siamo una realtà abbastanza consolidata e accettata. Abbiamo cominciato a integrare anche università da altri stati europei, anche se ancora non abbiamo lanciato il servizio a livello internazionale. All’inizio tutti gli istituti reagivano allo stesso modo: con diffidenza. Trovavano strano che un’app per gli universitari non fosse fatta dalle università. C’è stato un moto di autoreferenzialità che si vede anche in tanti altri ambiti, il che è comprensibile: si capisce che se si va a minare lo status quo si crea del panico . Ma la cosa positiva è che le università, a un certo punto, con la lentezza tipica dei grandi istituti, hanno iniziato a invertire il trend e a voler lavorare attivamente con noi. Questo perché si sono rese conto che quello che facciamo prima di tutto non provoca danni, e poi dà loro una mano, risolve loro un problema e fa felici gli studenti, che poi è il nostro obiettivo comune. Quando hanno iniziato a entrare in questo ordine di idee, tutto è stato più semplice. Siamo arrivati al punto in cui sono le università stesse a cercarci e anche a volerci supportare, come ha fatto ad esempio l’università di Padova.

Il feedback degli studenti ha orientato le vostre scelte in termini di struttura del prodotto?

Io sono convinto che il nostro “successo” sia dovuto non solo al fatto che abbiamo un’app che funziona, è bella e facile da usare, ma anche al fatto che stiamo dietro a ogni singolo studente. Per noi dare supporto a tutti gli studenti che hanno un problema con l’app è un costo enorme, anche in termini di fatica. Quando ti rivolgi a 100.000 utenti, se anche solo il 10% ha un problema, si hanno 10.000 ticket di supporto da gestire. Però lo facciamo, anche se ci costa tempo e fatica, perché quando l’utente si sente supportato e sente che i suoi feedback sono recepiti, si genera quel passaparola che è stato la chiave della nostra espansione. Recepire feedback sul prodotto è diverso: lo abbiamo fatto non a livello macro, ma micro. A volte ho creato delle funzioni subito dopo aver parlato con i miei compagni di corso. Una volta ero al bar con una mia amica, che era impegnata a calcolare su un pezzo di carta il modo in cui un voto avrebbe cambiato la sua media, e ho pensato che avremmo potuto fornire noi questo servizio. Quella sera, a casa, ho fatto un primo prototipo di quella funzione, che poi è diventata una delle feature più usate. Da quel punto di vista sarebbe sbagliato non ascoltare la base utenti, pur mantenendo la propria vision, che è indispensabile per andare avanti. Occorre equilibrio.

Parlaci del tuo background

Il mio background è… strano. Ho cominciato a programmare, come sviluppatore, a 12/13 anni e ho fatto le superiori lavorando da programmatore. All’università non volevo fare ingegneria o informatica, volevo qualcosa di più ampio respiro, ero indeciso fra storia, filosofia e scienze politiche e alla fine ho scelto qualcosa che si avvicinasse a tutte e tre: economia. È stata un’ottima scelta, perché mi ha fornito ottimi strumenti matematici e statistici e un buon background manageriale. Ho continuato a lavorare come programmatore durante l’università e Uniwhere è nata durante il mio percorso accademico. La prima versione per Android l’ho scritta io, e in seguito è stata strutturata in maniera più professionale, per poter essere usata da centinaia di migliaia di utenti. Poi, nel tempo, continuo sempre a voler ampliare le mie conoscenze perché mi piace, amo studiare, fosse per me non farei altro. Di recente mi sono spostato sui settori del machine learning e dell’intelligenza artificiale, che sono paroloni che spesso si usano a sproposito. Al momento, professionalmente, questo settore non mi dà nulla, a parte la soddisfazione di aver vinto un Hackathon, però mi piace imparare.

Come è composto e come si è evoluto il vostro team? Qual è la formula che è risultata più utile per distribuire le competenze e far progredire il progetto?

Uniwhere team startup berlinoIl nostro non è un compito semplice: da una parte serve la capacità di capire cosa vogliono gli studenti, cosa che un’agenzia avrebbe difficoltà a fare, perché troppo lontana da questo mondo. Al contempo, tre studenti da soli non andrebbero lontano, perché Uniwhere è un’azienda che si rivolge a una base utenti enorme e la sua gestione richiede esperienza professionale. Siamo un team bilanciato, perché da una parte ci sono io che ho fatto partire il progetto e mi sono laureato un anno fa, ma ho ancora amici e coetanei che studiano. Dall’altra ci sono Giovanni [Conz] e Federico [Cian], che sono gli altri due fondatori, che invece hanno l’esperienza professionale e le capacità tecniche per mettere in piedi un progetto ambizioso. Giovanni fornisce supporto tecnico, è un project manager con dieci anni di esperienza, ha coordinato team da tutto il mondo per sviluppare smart tv per Toshiba nell’area EMEA. Federico è il product manager, con una conoscenza approfondita del prodotto e di tutte le sue logiche, UX, UI, specs, deploy etc. E in tre facciamo un ottimo bilanciamento. Abbiamo altre persone che collaborano con noi, anche se ancora non a tempo pieno, come business developer, IOS developer e backend developer.

Quali sono le prossime sfide?

In questo momento soprattutto il farci conoscere il più in fretta possibile. È l’ambito in cui abbiamo meno esperienza. Non è tanto un discorso di marketing in senso stretto, quanto piuttosto di internazionalizzazione. Le attività di comunicazione che hanno funzionato in Italia, per esempio. possono funzionare anche in altri paesi e con altre comunità di studenti, come Francia, Germania o Danimarca? Questo è quello che dobbiamo scoprire.

Come avete intenzione di procedere?

Al momento stiamo facendo fundraising, quindi stiamo pensando ad altro. Se un investitore mi facesse oggi questa domanda, su due piedi, direi che sicuramente abbiamo un capitale umano su cui contare, costituito dagli studenti Erasmus che hanno utilizzato Uniwhere in Italia. Spesso ci contattano, chiedendo perché non c’è Uniwhere nella loro università all’estero. Questi ragazzi sono un punto di entrata fondamentale per noi. Il bello delle comunità studentesche è che sono molto vitali e frizzanti: chiedere un semplice parere a uno studente Italiano all’estero genera una miniera di informazioni. Quindi è inutile fare speculazioni: si fa un’ipotesi, tanto per avere un punto da cui partire, poi si va a parlare con i diretti interessati, si confronta l’ipotesi con la realtà e poi si torna indietro e ci si mette al lavoro. Per questo non sono preoccupato per il futuro, sebbene questa [dell’internazionalizzazione] sia la sfida più importante che ci aspetta.

Gianluca Segato Uniwhere Intervista lapotp macGianluca Segato è dal 2014 founder e managing director di Uniwhere, una applicazione mobile per studenti universitari con più di 100,000 utenti attivi su più di 50 università d’Italia. Laureato in Economia e Management a Padova ed esperto di Machine Learning, Artificial Intelligence e Mobile Development, dal 2016 vive a Berlino dove Uniwhere ha la sua sede. L’Ambasciata d’Italia in Germania ed il Comites di Berlino l’hanno premiato Italiano dell’anno 2016. Nel corso degli ultimi due anni è stato intervistato tra gli altri da TGCOM24 Mediaset, Corriere della Sera, Il Mattino, WDR; hanno parlato di Uniwhere anche StartupItalia ed AGI.

 

Iscriviti alla newsletter

Informazioni sull'autore

Angela

Vive, scrive e lavora per lo più a Berlino, ma usa il nomadismo digitale come scusa per prendersi delle lunghe vacanze. Torna spesso in Italia perché le radici sono importanti e il caffè è indispensabile. Divide il tempo equamente fra marketing, musica sinfonica, indie rock e sperimentazione culinaria. Quando non scrive e non prepara marmellate, di solito costruisce mobili. Non ha ancora capito il senso della vita, ma quando lo capirà non lo prenderà sul serio e si lascerà sfuggire l’opportunità di scrivere un best seller sull’argomento.

Lascia un Commento

Iscriviti alla newsletter

SUBITO GRATIS UN E-BOOK PER TE